Spiritualità ed elementi per una teologia della Rete

Si è tenuto a Rio de Janeiro dal 12 al 16 luglio il 1° “seminario sulla comunicazione per i Vescovi del Brasile. Riporto qui il testo del mio intervento dal titolo “Espiritualidade e elementos para uma teologia da comunicação em rede”.

Internet fa parte della nostra vita quotidiana. Se fino a qualche tempo fa la Rete era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee. E questo anche in mobilità grazie a quelli che una volta si chiamavano «cellulari» e che oggi sono veri e propri computer da tasca.

Internet è uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita di ogni giorno. E’ un nuovo contesto esistenziale, non dunque un «luogo» specifico dentro cui entrare in alcuni momenti per vivere on line, e da cui uscire per rientrare nella vita off line. La Rete, resa così a portata di mano (anche in senso letterale), comincia a incidere sulla capacità di vivere e pensare. Dal suo influsso dipende in qualche modo la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda e di quello che ancora non conosciamo.

In fondo, l’uomo ha sempre cercato di capire la realtà attraverso le tecnologie. Pensiamo a come la fotografia e il cinema hanno mutato il modo di rappresentare le cose e gli eventi; l’aereo ci ha fatto comprendere il mondo in maniera diversa del carro con le ruote; la stampa ci ha fatto comprendere la cultura in maniera diversa. E così via. La «tecnologia», dunque, non è un insieme di oggetti moderni e all’avanguardia. Non è neanche, come credono i più scettici, una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio. Essa, scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia», e nel contempo si manifestano le aspirazioni dell’uomo e le tensioni dei suo animo.

L’avvento di internet è stato, certo, una rivoluzione. Tuttavia è una rivoluzione con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune, ostenta nostalgie, dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano. Pensando a internet occorre non solo immaginare le prospettive di futuro che offre, ma considerare anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, cioè: connessione, relazione, comunicazione e conoscenza. E noi sappiamo bene comeda sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.

La domanda a questo punto sorge spontanea: se oggi la rivoluzione digitale modifica il modo di vivere e pensare, ciò non finirà per riguardare anche, in qualche modo, la fede? Se la Rete entra nel processo di formazione dell’identità personale e delle relazioni, non avrà anche un impatto sull’identità religiosa e spirituale degli uomini del nostro tempo e sulla stessa coscienza ecclesiale? Benedetto XVI col suo messaggio per la 45a Giornata delle Comunicazioni Sociali e il discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni ha indicato una strada in maniera chiara e decisa. Ecco le sue domande: «quali sfide il cosiddetto “pensiero digitale” pone alla fede e alla teologia? Quali domande e richieste?».

Internet come «ambiente»

Internet non è un semplice «strumento» di comunicazione che si può usare o meno, ma un «ambiente» culturale, che determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire anche un modo peculiare di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. In questo senso la Rete non è un nuovo «mezzo» di evangelizzazione, ma innanzitutto un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera «volontà di presenza», ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uominiLa sfida della Chiesa non dev’essere quella del modo di «usare» bene la Rete, come spesso si crede, ma come «vivere» bene al tempo della Rete. Internet è una realtà destinata ad essere sempre più trasparente e integrata rispetto alla vita, diciamo così, «reale». Questa è la vera sfida: imparare ad essere wired, connessi, in maniera fluida, naturale, etica e perfino spirituale; a vivere la Rete come uno degli ambienti di vita.

È evidente, dunque, come internet con tutte le sue innovazioni dalle radici antiche ponga alla Chiesa una serie di interrogativi rilevanti di ordine educativo e pastorale. Tuttavia vi sono alcuni punti critici che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa. Proverò a individuarne alcuni per avviare una discussione alla luce di evidenti incompatibilità come anche di palesi connaturalità.

Come cambia la ricerca di Dio

La prima questione che vorrei sollevare è di ordine antropologico. La «navigazione» sul web è una via ormai ordinaria per la conoscenza. Oggi accade sempre più spesso che, quando si ha la necessità di una informazione, si interroghi la Rete per avere la risposta da un motore di ricerca come Google, Bing o altri ancora. Internet sembra essere il luogo delle risposte. Esse però raramente sono univoche: la risposta è un insieme di link che rinviano a testi, immagini e video. Ogni ricerca può implicare una esplorazione di territori differenti e complessi dando persino l’impressione di una certa esaustività. Quale fede troviamo in questo spazio antropologico che chiamiamo web?

Digitando in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion,spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Nella Rete si avverte una crescita di bisogno religioso che la «tradizione» sembra faccia fatica a soddisfare. L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una navigazione. Quali sono le conseguenze? Si può cadere nell’illusione che il sacro o il religioso siano a portata di mouse. La Rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso. Ci si illude dunque che il sacro resti «a disposizione» di un «consumatore» nel momento del bisogno. Il vangelo appare solo come una notizia fra molte altre.

Il Vangelo, però, «non è un’informazione fra le altre — affermava nel 2002 l’allora card. Ratzinger —, una riga sulla tavola accanto ad altre», ma è «la chiave, un messaggio di natura totalmente diversa dalle molte informazioni che ci sommergono giorno dopo giorno». Continuava l’attuale Pontefice: «Se il Vangelo appare soltanto come una notizia fra molte, può forse essere scartato in favore di altri messaggi più importanti. Ma come fa la comunicazione, che noi chiamiamo Vangelo, a far capire che essa è appunto una forma totalmente altra di informazione – nel nostro uso linguistico, piuttosto una “performazione”, un processo vitale, per mezzo del quale soltanto lo strumento dell’esistenza può trovare il suo giusto tono?»

La sfida che abbiamo davanti allora è seria, perché segna la demarcazione tra la fede come «merce» da vendere in maniera seduttiva e la fede come atto dell’intelligenza dell’uomo che, mosso da Dio, dà a Lui liberamente il proprio assenso. È dunque necessario oggi considerare che ci sono realtà capaci di sfuggire sempre e comunque alla logica del «motore di ricerca» e che la «googlizzazione»della fede è impossibile.

Di recente Google ha introdotto una nuova funzionalità chiamataInstant la quale permette di ottenere i risultati della ricerca già nel momento in cui la ricerca viene effettuata. Se teniamo abilitata la funzione Google Instant e digitiamo la parola God scopriremo che nel «mercato» delle risposte Dio non è certo più «l’essere di cui non si può pensare il maggiore» secondo la definizione di sant’Anselmo. Infatti, appena vengono digitate le lettere «g», «o» e «d», i suggerimenti automatici in lingua inglese sono in ordine: «gods of Metal», e poi «god of war», «godot» e «godzilla», e cioè, rispettivamente: un videogioco, un festival di musica metal, la più famosa opera teatrale di Samuel Beckett e un mostro del cinema giapponese. Dio in quanto tale (God) non rientra nel campo delle risposte possibili. La ricerca di Dio al tempo di Google Instant si è fatta difficile…

Possiamo confrontare la logica del motore di ricerca istantanea a quella dei motori «semantici» e alla loro differente logica di funzionamento, fondata sul riconoscimento di una domanda precisa che va posta bene. Un esempio è quello offerto da Wolfram|Alpha. Visto che, al momento, l’unica lingua che comprende è l’inglese, è interessante notare la risposta alla domanda Does God exist? (Dio esiste?): «Mi dispiace, ma un povero motore computazionale di conoscenza, non importa quanto potente possa essere, non è in grado di fornire una risposta semplice a questa domanda».

Lì dove Google va a colpo sicuro fornendo centinaia di migliaia di risposte indirette, Wolfram|Alpha fa un passo indietro. Qual è la differenza? Google è un motore sintattico e si preoccupa unicamente di «censire» le parole che sono all’interno di un testo ma senza in alcun modo tentare di determinare il contesto in cui queste parole vengono utilizzate. La ricerca semantica tenta di invece di avvicinarsi al modo di apprendere dell’uomo, cercando di interpretare il significato logico delle frasi e tentando di carpirne il significato dal contesto. Il modo in cui si pone la domanda può influenzare l’efficacia della risposta. Ecco, dunque, che cosa possiamo imparare: anche al tempo della Rete la ricerca di Dio deve nascere sempre da un contesto preciso, non dalla capacità di compiere una ricerca «a caso», ma dalla paziente formulazione di una domanda e dal riconoscimento di ciò che si desidera veramente.

Si comprende, quindi, come la Rete «sfidi» la fede nella sua comprensione grazie a una «logica» che sempre di più segna il modo di pensare degli uomini.

L’uomo religioso al tempo della Rete

In tale contesto occorre considerare un possibile vero e proprio cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa. Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. Come l’ago di una bussola, lui sapeva di essere radicalmente attratto verso una direzione precisa, unica e naturale: il Nord. Se la bussola non indica il Nord è perché non funziona, e non certo perché non esiste il Nord. Poi l’uomo, specialmente con la Seconda Guerra Mondiale, ha cominciato ad usare il radar che serve a rilevare e determinare la posizione di oggetti fissi o mobili. Il radar va alla ricerca del suo target e implica una apertura indiscriminata anche al più blando segnale, non l’indicazione di una direzione precisa. E così anche l’uomo ha cominciato ad andare alla ricerca di un senso per la vita e anche di un Dio capace di qualche segno di riconoscimento, che faccia sentire la sua voce. L’espressione di questa logica è la domanda: «Dio, dove sei?». Da qui anche l’attesa di Godot e tante pagine della grande letteratura del Novecento, ad esempio. L’uomo era inteso comunque come un «uditore della parola» – per usare una celebre espressione del teologo Karl Rahner, che implicitamente ha dato forma teologica alla metafora tecnologica del radar – alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. E oggi? Vale ancora questa immagine?

In realtà, sebbene sempre vive e vere, esse reggono meno.L’immagine che oggi è più presente è quella dell’uomo che si sente smarrito se il suo cellulare non ha campo o se il suo devicetecnologico (computertabletsmartphone) non può accedere a qualche forma di connessione di rete wireless. Se una volta ilradar era alla ricerca di un segnale, oggi invece siamo noi a cercare un canale di accesso attraverso il quale i dati possano passare. L’uomo oggi più che cercare segnali, è abituato a cercare di essere sempre nella possibilità di riceverli senza però necessariamente cercali. L’estrema conseguenza è la logica introdotta dal sistema push che funziona in maniera opposta a quellopull. Il primo implica il fatto che quando un dato è disponibile (unamail, ad esempio) io lo ricevo in maniera automatica perché tengo aperto un canale di ricezione. Il secondo sistema implica il fatto che io possa andare a recuperarlo quando ho voglia di stabilire una connessione.

L’uomo da bussola prima e radar poi si sta trasformando, dunque, in un decoder, cioè un sistema di accesso e di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono senza che lui si preoccupi di andare a cercarle.Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo. E può essere «nascosto» dovunque. In un mondo che offre risposte a domande che ancora non sono state formulate, la domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. Prima vengono le risposte, ed è da queste che l’uomo a chiamato a riconoscere le sue domande più radicali e autentiche.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Tocca all’uomo d’oggi, dunque, e soprattutto al formatore, all’educatore, dedurre e distinguere le domande religiose vere dalle risposte che lui si vede offrire continuamente. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande preparazione e una grande sensibilità spirituale.

La Chiesa: fili di rete o tralci di vite?

La seconda questione che vorrei sollevare è di ordine più prettamente ecclesiologico. La Rete è oggi sempre di più luogo di networks e dicommunities. E’ possibile immaginare una vita ecclesiale essenzialmente di Rete? Una «Chiesa di Rete» in sé e per sé è una comunità priva di qualunque riferimento territoriale e di concreto riferimento reale di vita. Pensiamo alle «chiese» generate dai telepredicatori, che producono una pratica religiosa individuale, che conferma l’esasperata privatizzazione degli scopi della vita e l’individualismo estremo della società dei consumi capitalistica. Non è dovuto al caso il grande successo dei siti di spiritualità diffusa, svincolata da qualunque forma di mediazione storica, comunitaria e sacramentale (tradizione, testimonianza, celebrazione…), tendente a includere tutti i valori religiosi unicamente nella coscienza individuale e spesso di ispirazione new age.

Queste tensioni, com’è ovvio, hanno una ricaduta sul significato dell’«appartenenza» ecclesiale. Essa rischia di essere considerata il frutto di un «consenso» e dunque «prodotto» della comunicazione. In tale contesto i passi dell’iniziazione cristiana rischiano di risolversi in una sorta di «procedura di accesso» (login) all’informazione, forse anche sulla base di un «contratto», che permette anche una rapida disconnessione (logoff). Il radicamento in una comunità si risolverebbe in una sorta di «installazione» (set up) di un programma (software) in una macchina (hardware), che si può dunque facilmente anche «disinstallare» (uninstall).

D’altra parte la Rete, invece, è destinata sempre di più ad essere non un mondo parallelo e distinto rispetto alla realtà di tutti i giorni, quella dei contatti diretti: le due dimensioni, quella on linee quella off line, sono chiamate ad armonizzarsi e ad integrarsi quanto più è possibile in una vita di relazioni piene e sincere. La Chiesa in se stessa è sempre più compresa (e risulta comprensibile) in termini di network. La Rete dunque pone domande che riguardano la mentalità e il modello con cui può essere compresa la Chiesa nel suo essere «comunità» e nel suo sviluppo. La Lumen gentium al n. 6, parlando dell’intima natura della Chiesa, afferma che essa si fa conoscere attraverso «immagini varie». Nel passato, oltre a quelle bibliche, sono state usate anche immagini di altro genere per «significare» la Chiesa; ad esempio, le metafore navali e di navigazione. Alcune immagini infatti possono anche essere «modelli» ecclesiologici. Per «modello» si intende un’immagine impiegata in modo riflesso e critico per approfondire la comprensione della realtà. La domanda a questo punto è se oggi non si ponga la necessità di confrontarsi seriamente con il modello della «Rete» e con ciò che da essa deriva a livello di comprensione ecclesiologica.

Nel suo Thy Kingdom Connected, Dwight J. Friesen, professore associato di Teologia pratica presso la Mars Hill Graduate School di Seattle, immagina «il regno di Dio nei termini di un essere relazionalmente connessi con Dio, gli uni gli altri, e con tutta la creazione». In questa visione certo possiamo ritrovare quella del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica che afferma la sacramentalità della Chiesa nel suo essere «strumento della riconciliazione e della comunione di tutta l’umanità con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Il pensiero di Friesen esprime una visione della Chiesa della cosiddetta emerging church, un ampio movimento complesso e fluido dell’area evangelico-carismatica, che intende reimpiantare la fede cristiana nel nuovo contesto post-cristiano. Ne risulta una Chiesa «organica, interconnessa, decentralizzata, costruita dal basso, flessibile e sempre in evoluzione».

In questa immagine sembra però che la natura e il mistero della Chiesa si diluiscano nell’essere uno «spazio connettivo», un hub di connessioni, che supporta un’«autorità connettiva» il cui scopo consiste sostanzialmente nel connettere le persone. L’idea di Chiesa che emerge da questa visione è quella di una Networked Church, che ripensa e ricomprende le strutture delle chiese locali. Lo scopo primario della Chiesa sarebbe quello di creare e sviluppare un ambiente connettivo dove è facile che la gente si raggruppi nel nome di Cristo.

La Chiesa in questa visione dunque sarebbe una struttura di supporto dove la gente possa «raggrupparsi». La Chiesa non è un luogo di riferimento, non è un faro che in sé emette luce, ma una struttura di supporto per far crescere il regno di Dio.

Non si escludono in tale prospettiva «pastori, capi, vescovi, un pontefice, o altro», ma li si intende come network ecologist, persone che hanno l’incarico di tenere in funzione la rete di connessioni. Questa visione offre un’idea della comunità cristiana che fa proprie le caratteristiche di una comunità virtuale intesa come leggera, senza vincoli storici e geografici, fluida. Certo una tale orizzontalità aiuta molto a comprendere la missione della Chiesa, che è inviata a evangelizzare. In effetti tutta l’impostazione della emerging ecclesiology è fortemente missionaria. In questo senso valorizza molto la capacità connettiva e di testimonianza. D’altra parte è a forte rischio la comprensione della Chiesa come «corpo mistico», che sembra diluirsi in una sorta di piattaforma di connessioni.

Ora, certamente la relazionalità della Rete funziona se i collegamenti (link) sono sempre attivi: qualora un nodo o un collegamento fosse interrotto, l’informazione non passerebbe e la relazione sarebbe impossibile. La reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è distante dall’immagine di internet, tutto sommato.

Ciò che da un punto di vista cattolico però deve rimanere chiaro è chela Chiesa non può essere compresa come una sorta di grande Rete di relazioni immanenti e orizzontali, ma ha sempre un principio e un fondamento «esterno». La «con-vocazione» ad essere parte del Corpo di Cristo che è la Chiesa non è dunque riducibile al modello sociologico dell’aggregazione. Essa è «il popolo che Dio convoca e raduna da tutti i confini della terra, per costruire l’assemblea di quanti, per la fede e il battesimo, diventano figli di Dio, membra di Cristo e tempio dello Spirito Santo»L’appartenenza alla Chiesa è data da questo fondamento esterno perché è Cristo che, per mezzo dello Spirito, unisce a sé intimamente i suoi fedeli; è lui che la unisce a sé in un’Alleanza eterna, rendendola santa (Ef 5, 26).

La Rete può essere compresa come una sorta di grande testo autoreferenziale e, dunque, puramente «orizzontale»: essa non ha radici né rami e dunque rappresenta un modello di struttura chiusa in se stessa. Se le relazioni in Rete dipendono dalla presenza e dall’efficace funzionamento degli strumenti di comunicazione, la comunione ecclesiale è invece radicalmente un «dono» dello Spirito. L’agire comunicativo della Chiesa ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. Su questo «dono» si fonda la sua intima natura.

La Grazia: «peer-to-peer» o «face-to-face»?

Si comprende bene che uno dei punti critici della nostra riflessione che stiamo facendo è in realtà il concetto di «dono», di un fondamento esterno. La Rete per la Chiesa è sempre e comunque «bucata»: la Rivelazione è un dono indeducibile, e l’agire ecclesiale ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. Ma è il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando.

La Rete è il luogo del dono, infatti. Concetti come file sharingfree software, open source, creative commons, user generated content,social network hanno tutti al loro interno, anche se in maniera differente, il concetto di «dono», di abbattimento dell’idea di «profitto». A ben guardare, però, più che di «dono» si tratta di uno «scambio» libero reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità che risultano «proficue» per coloro che entrano in questa logica di scambio. Comunque c’è una idea «economica» che ha in mente il concetto di «mercato».

In realtà il nodo consiste nel fatto che la logica del dono in Rete sembra sostanzialmente essere legata a ciò che in slang viene chiamato freebie, cioè qualcosa che non ha prezzo nel senso che non costa nulla. Essa si fonda sulla domanda implicita: «quanto costa?», e l’ottica è tutta spostata su chi «prende» (e non «riceve», dunque). Ilfreebie è ciò che si può prendere liberamente. La gratia gratis datainvece non si «prende» ma si «riceve», ed entra sempre in un rapporto al di fuori del quale non si comprende. La Grazia non è un freebie, anzi, per citare il teologo Dietrich Bonhoeffer, è «a caro prezzo». Nello stesso tempo la Grazia si comunica attraverso mediazioni incarnate.

La logica della Grazia crea «legami» face-to-face, cioè del «faccia a faccia», come è tipico della logica del dono, cosa che invece è estranea di per sé alla logica del peer-to-peer, cioè del «nodo a nodo», che in se stessa è una logica di connessione e di scambio, non di comunione. E un «volto» non è mai riducibile a semplice «nodo». Ecco dunque un compito specifico del cristiano in Rete: farla maturare da luogo di «connessione» a luogo di «comunione». Il rischio di questi tempi è proprio quello di confondere questi due termini. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. Lavorare in vista di tale condivisione è compito specifico del cristiano. D’altra parte, se il «cuore umano anela a un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come ha scritto Benedetto XVI, allora la Rete può essere davvero un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma.

L’autorità tra emittenza e testimonianza

In questa linea di riflessione si colloca il problema dell’autorità nella Chiesa e delle mediazioni ecclesiali in senso più generale. La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici. La Chiesa vive di un’altra logica, di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale. Non solo: una volta bucata la dimensione orizzontale, essa vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero: sono tutte parole queste che sembrano fare a pugni con una logica di Rete. In fondo potremmo dire che sembra prevalere nel web la logica dell’algoritmo Page Rank di Google. Sebbene in fase di superamento, esso ancora oggi determina per molti l’accesso alla conoscenza. Si fonda sulla popolarità: in Google è più accessibile ciò che è maggiormente «linkato», quindi le pagine web sulle quali c’è più accordo. Il suo fondamento è nel fatto che le conoscenze sono, dunque, modi concordati di vedere le cose. Questa a molti sembra la logica migliore per affrontare la complessità. Ma la Chiesa non può sposare tale logica, che, nei suoi ultimi risultati, è esposta al dominio di chi sa manipolare l’opinione pubblica. L’autorità non è sparita in Rete e, anzi, rischia di essere ancora più occulta. E infatti la ricerca oggi si sta muovendo nella direzione di trovare altre metriche per i motori di ricerca, che siano più di «qualità» che di «popolarità».

Tuttavia, nonostante i problemi qui accennati, esiste anche un aspetto importante sul quale riflettere, e che appare oggi di grande importanza: la società digitale non è pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti trasmessi, ma soprattutto attraverso le relazioni: lo scambio dei contenuti oggi, al tempo delle reti sociali, avviene all’interno delle relazioni. È necessario dunque non confondere «nuova complessità» con «disordine» e «aggregazione spontanea» con «anarchia». La Chiesa è chiamata ad approfondire maggiormente l’esercizio dell’autorità in un contesto fondamentalmente reticolare e dunque orizzontale. Appare chiaro che la carta da giocare è la testimonianza autorevole.

La logica dei social networks ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre implicato direttamente in ciò che comunica. Ciascuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo recente Messaggio per la 45° Giornata delel Comunicazioni Sociali, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali». La tecnologia dell’informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, dunque sembra legare più strettamente amicizia e conoscenza, spingendo gli uomini a farsi «testimoni» di ciò su cui fondano la propria esistenza.

Se una volta il testimonial era una figura autorevole speciale, oggi tutti, a loro modo, sono sollecitati a diventarlo. Si prefigura, quindi, un rinnovato impulso al «misterioso incontro tra le possibilità tecnologiche dei linguaggi della comunicazione e l’apertura dello spirito all’iniziativa luminosa del Signore nei suoi testimoni». Un annuncio del Vangelo che non passi per l’autenticità di una vita quotidiana personale condivisa resterebbe, oggi più che mai, unflatus vocis, un messaggio espresso in un codice comprensibile forse con la mente, ma non col cuore. La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

La Chiesa in Rete è chiamata dunque non solamente a una «emittenza» di contenuti, ma soprattutto a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie composto da credenti di ogni religione, non credenti e persone di ogni cultura. L’autorità oggi si gioca molto sul piano della testimonianza autorevole che non scinde il messaggio dalle relazioni «virtuose» che esso è in grado di creare.

Come pensare la Rete teologicamente?

La Rete, come abbiamo visto fino a questo momento, pone sfide davvero significative alla comprensione della fede cristiana. La cultura digitale ha la pretesa di rendere l’essere umano più aperto alla conoscenza e alle relazioni. Fin qui abbiamo identificato alcuni dei tanti nodi critici che questa cultura pone alla vita di fede e alla Chiesa.

Forse dunque è giunto il momento di considerare l’intelligenza della fede al tempo della Rete, cioè la riflessione sulla pensabilità della fede alla luce della logica della Rete. Si tratta della riflessione che nasce dalla domanda su come la logica della Rete, con le sue potenti metafore che lavorano sull’immaginario, oltre che sull’intelligenza, possa modellare la comprensione della ricerca di Dio, il modo di comprendere la Chiesa e la comunione ecclesiale, la teologia della Grazia e così via. La riflessione è quanto mai importante perché risulta facile constatare come sempre di più internet contribuisca a costruire l’identità religiosa delle persone. E se questo è vero in generale, lo sarà sempre di più per i cosiddetti «nativi digitali». Fides quaerens intellectum e questo anche nel nostro tempo in cui la logica della Rete segna la nostra intelligenza della realtà, il nostro modo di pensare, conoscere, comunicare, vivere.

L’immagine che forse rende meglio il ruolo e la pretesa del cristianesimo nei confronti della cultura digitale è quella dell’«intagliatore di sicomori» mutuata dal profeta Amos (7, 14) e interpretata da san Basilio. L’allora card. Ratzinger in un suo discorso a un convegno dal titolo Parabole mediatiche usò questa fortunata immagine per dire che il cristianesimo è come un taglio su un fico. Il sicomoro è un albero che produce molti frutti che restano senza gusto, insipidi, se non li si incide facendone uscire il succo. I frutti, i fichi, dunque, rappresentano per Basilio la cultura del suo tempo. Il Logos cristiano è un taglio che permette la maturazione della cultura. E il taglio richiede saggezza perché va fatto bene e al momento giusto. La cultura digitale è abbondante di frutti da intagliare e il cristiano è chiamato a compiere quest’opera di mediazione tra il Logos e la cultura digitale. E il compito non è esente da difficoltà, ma appare oggi più che mai esigente. In particolare è necessario cominciare a pensare la Rete teologicamente, ma anche la teologia nella logica della Rete”.

Antonio Spadaro