Silenzio: condizione per fare esperienza (e non solo esperimenti)

Questo è il testo della mia presentazione della Lettera del cardinal Giuseppe Betori alla diocesi di Firenze tenutasi nell’Abbazia di San Miniato al Monte il 3 marzo 2012. Ecco la terza delle 4 parti nel quale si è suddiviso il mio intervento. Ho postato la prima il 9 marzo e la seconda l’11 marzo.

L’ ambiente comunicativo prevede anche il bilanciamento virtuoso non solamente di parola e silenzio ma anche di immagini e suoni, che sono parte integrante della comunicazione umana. Un discorso che tocca silenzio e parola non può trascurare la presenza dell’immagine e dei suoni, e il silenzio è chiamato a comporsi con la capacità dell’uomo di recepirli. E non dimentichiamo – voi certo non lo potete, essendo fiorentini – che la lettera pastorale Nel silenzio la parola nasce a Firenze, capitale dell’arte, luogo nel quale l’immagine stessa è chiamata alla sua vocazione più alta.

Per questo il cardinal Betori può scrivere: «davanti all’opera d’arte non servono parole di spiegazione, basta il silenzio del rapimento e dello stupore a farcene percepire il messaggio», un silenzio consapevole del linguaggio proprio dell’arte, chiaramente. Il silenzio si relaziona non solamente alla parola o al suono, ma anche all’occhio, e dunque all’immagine e all’arte figurativa. E qui voglio ricordare un libro di mons. Betori che fa da pendant quasi necessario (almeno per i fiorentini) a questa lettera pastorale, e ciò è Parole e segni per dire la fede nel tempo, e in particolare del saggio «Parola sacra e cultura degli uomini: il paradigma di Firenze».

Quindi un terzo elemento chiave della prospettiva aperta da questa lettera pastorale consiste nel fatto che parola e silenzio, immagini e suoni compongono un «ambiente». Non sono strumenti linguistici, cacciavite e martello per far funzionare qualcosa. Sono insieme un ambiente da abitare per vivere e per fare esperienza. Questo è un altro dei punti «critici» di questa lettera pastorale, a mio avviso. Scrive il cardinal Betori: «Nella pervasiva comunicazione che avvolge l’odierna società, antichi e nuovi mezzi di comunicazione vanno costruendo una figura di uomo che si vorrebbe arricchito nella molteplicità delle relazioni, ma che in realtà vive nel pericolo di essere “distratto”, “parallelo”, “virtuale”, potenzialmente “infedele” in mille rapporti clandestini al riparo dal contatto oggettivo con la persona, con i fatti, con le cose». Per dirla in due parole: oggi si tende non più a fare esperienza ma «esperimenti». L’esperimento è sempre leggero, poco impegnativo, soprattutto è reversibile. In questa considerazione del Cardinale c’è una densità da esplicitare.

Il silenzio fa sì che le esperienze che facciamo con gli occhi e con le orecchie non siano semplici «esperimenti» ma davvero «esperienze». Nella società contemporanea sembra che si senta poco il bisogno di fare esperienza. Ad essa sembra sostituirsi l’illusione di una condizione fantastica, senza tempo e senza età, in cui tutto è possibile e nella quale in ogni momento è possibile scegliere ciò che ci pare e poi tornare indietro. Ogni cosa è a tempo determinato: dal lavoro agli affetti. Tutto si può (e anzi si deve) cambiare: una condizione in cui tutto ci appare controllabile e sostituibile. La cancellazione dell’esperienza è data, dunque, dalla sua precarietà, dalla sua reversibilità. Una volta fatta, oggi si crede che si possa tornare indietro sempre e comunque: si riduce a semplice «esperimento». Questo è uno dei nodi problematici più significativi della contemporaneità. Nulla sembra lasciare tracce in noi. La simulazione batte il reale per la sua più ampia potenzialità e il suo basso livello di rischio. Il flusso di esperienze (al plurale) e di informazioni sradica in noi la capacità di riappropriarci della vita.

Ecco allora le conseguenze: narcisismo sociale e tendenziale scomparsa dell’«altro», rifiuto del passato, della nostalgia e della memoria, riduzione della socialità non «virtuale», indebolimento del senso del limite. Ciò che il soggetto crede di padroneggiare viene in realtà neutralizzato, evapora, diventa qualcosa di inerte, di spento. Ciò ha delle conseguenze emotive e affettive preoccupanti. Oggi si ha timore del silenzio, esattamente come si ha timore della realtà «nuda e cruda». In un mondo che fa paura, ha buon gioco tutto ciò che è simulato, capace di stare sotto controllo, reversibile. Ma tutto ciò rende l’uomo affettivamente ed emotivamente fragile.

Come rimedio al silenzio si preferisce il dilagare degli psicofarmaci, di cui l’antidepressivo Prozac è ormai il simbolo consolidato: se con la realtà occorre fare i conti, allora è bene equipaggiarsi contro le emozioni «dannose» e i sentimenti peggiori, anche se in questo modo viene dimenticato il loro nesso con quelli migliori.

Quali sono le conseguenze di questa mutazione? La riduzione della realtà a una sua rappresentazione anestetizzata, manipolabile e reversibile, per cui l’esperienza diventa semplicemente una simulazione, un gioco interattivo, la fruizione di una immagine.

Quale l’alternativa a una pratica casuale dell’esistenza, fondata sulla reversibilità? Certamente occorre il recupero della passività buona, del «limitarsi» a guardare, o a leggere o ad ascoltare senza cedere alla tentazione continua dell’interattività. Questa passività consiste nel riuscire a farsi possedere, a farsi incontrare dalle cose. Se questa passività viene totalmente cancellata, non c’è neppure lo spazio perché qualcosa di «nuovo» possa nascere. Solo così l’esperienza resta in grado di sorprenderci.

Per fare esperienza occorre «raccoglimento», il quale ha un ruolo che con Marcel Proust, il grande scrittore della Recherche, potremmo definire fotografico: gli uomini spesso non vedono la loro vita e così il loro passato diviene ingombro di tante lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha «sviluppate».

Il silenzio è come un laboratorio fotografico, una camera oscura nella quale è possibile cogliere i fili intrigati e sparsi, che vengono riaccordati così che la vita schiuda il suo senso. Il silenzio forma un uomo in grado di «leggere» ciò che ha intorno e dentro di lui in modo nuovo, più profondo, interiore, fine, sottile. Il silenzio aiuta ad avere un rapporto intenso e «sviluppato» (in senso fotografico) col mondo.

Il silenzioso rientro in se stessi non si esaurisce nella produzione del vuoto assoluto, sconfinato e imponente, ma porta misteriosamente con sé il mondo in cui l’uomo era uscito in precedenza. Citando Proust che parla della lettura silenziosa, possiamo dire che la sua grandezza è quella «di ritrovare, di riafferrare, di farci conoscere quella realtà lontani dalla quale viviamo, rispetto alla quale deviamo sempre di più a mano a mano che prende spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale con cui la sostituiamo – quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta e che è, molto semplicemente, la nostra vita» (Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Milano, Mondadori, 1993, 577).

Le parole che provengono da questo silenzio non sono, come direbbe Montale, storte sillabe e secche come un ramo. Torna alla mente una differenza fondamentale posta dal teologo Karl Rahner tra le parole che sono come «farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari» e parole viventi, che esistono da sempre e che, «quasi per miracolo, rinascono continuamente». Le parole che vengono dal silenzio sono «parole-conchiglia», parole «originarie» (Urworte), opposte a quelle «utilitarie» (Nutzworte).

Quando le nostre parole sono cavate dal silenzio e sono accolte nel silenzio esse possono raggiungere la loro vocazione: liberano in forma di parola tutte le realtà inespresse, il mutismo della loro tendenza verso Dio. Tutto tende verso Dio in modo silenzioso e la parola è capace di liberare le cose da questo silenzio. Il silenzio, in questa prospettiva, non viene prima della parola, ma dopo. Dice non il mutismo ma la trascendenza, l’ulteriorità.

Scrive il cardinal Betori: «Dante Alighieri che, giunto al vertice del suo viaggio, giunto alla contemplazione di quel fondamento assoluto del reale che è Dio stesso nel suo mistero, avverte il limite di ogni espressione, del nulla che è la parola di fronte a ciò che di quel mistero gli è dato di incontrare:

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,

è tanto, che non basta a dicer “poco»

(Paradiso, XXXIII, 121-123).

Dante fa talmente «esperienza» – e non «esperimento» – del Paradiso che la parola diventa corta, fioca non per debolezza ma per tensione espressiva.