Parole con lingua: il silenzio come piattaforma di comunicazione

Questo è il testo della mia presentazione della Lettera del cardinal Giuseppe Betori alla diocesi di Firenze tenutasi nell’Abbazia di San Miniato al Monte il 3 marzo 2012. Ecco la prima delle 4 parti nel quale si è suddiviso il mio intervento:

Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua / Sono andato sull’isola coperta di neve. / Non ha parole il deserto. / Le pagine bianche dilagano ovunque! / Scopro orme di capriolo sulla neve. / Lingua senza parole.

Questi versi sono del poeta svedese Tomas, Premio Nobel per la letteratura del 2011. La sua prima antologia tradotta in lingua italiana ha per titolo Poesia dal silenzio. Leggendo la lettera pastorale del cardinal Betori alla sua diocesi mi è tornata in mente spesso. E’ per questo che ho voluto avviare questa mia riflessione leggendola. Sembra infatti una poesia sul silenzio, ma non lo è affatto. E’ al contrario un elogio della parola.

Così si tocca un primo elemento che vorrei mettere in evidenza di questa lettera del cardinal Betori alla sua diocesi. Questa lettera pastorale non è un semplice elogio del silenzio perché la pastorale è una forma privilegiata di comunicazione, una comunicazione che fa appello al silenzio perché vuole raggiungere e toccare un’area profonda del cuore di ogni uomo e non la «massa» dei fedeli, per così dire. E’ una lettera che fa appello al silenzio proprio perché è pastorale.

Tranströmer scrive poesie dal silenzio e non del silenzio. Il silenzio è piattaforma di comunicazione, luogo in cui la parola si forgia, si plasma. Ce lo dice il libro della Sapienza (18,14): Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, / e la notte era a metà del suo rapido corso, / la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, / guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, / portando, come spada affilata, il tuo decreto.

La parola per essere spada affilata deve provenire da un «profondo silenzio». Tranströmer, proprio nel silenzioso deserto di un’isola coperta di neve, scopre una «lingua senza parole». Questa scoperta – attenzione! – non è luogo in cui sostare: sarebbe una tentazione per il pastore. E’ invece il luogo dell’ascesi quando si è stanchi «di chi non offre che parole senza lingua». La parola, scrive il cardinal Betori, è chiamata non solamente ad avere una capacità «persuasiva», ma anche una fondatezza «veritativa»: deve dire «cose».

Nell’accezione comune silenzio e parola sembrano opporsi in una contraddizione insanabile: si pensa che quando non si parla ci sia silenzio e che invece, appena si parla, il silenzio sparisca. Spesso, quando si parla dei media, in maniera particolare, si dice come per automatismo, che essi fanno «rumore», generano un frastuono dal quale occorre ripararsi, ritirandosi. Non è così: silenzio e parola fanno parte di un unico cammino. Il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della capacità dell’uomo di parlare, e non il suo opposto.

Gli elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori di un tessuto comunicativo, rischiano di essere un elogio del mutismo, dell’isolamento, dell’autosufficienza, come scrive mons. Betori, o persino la perdita di «riferimento alla realtà» e della nostra capacità di «collocarci» in essa. La parola ci colloca nella realtà: questa è la sua vocazione. Il silenzio che non è alleato della parola ci aliena. Invertendo il titolo della celebre commedia di Shakespeare potremmo dire che il rischio è, dunque, quello di fare «molto silenzio per nulla».

Il silenzio è un rischio e può essere una tentazione sotto apparenza di bene, ma anche vero e proprio «inferno». Scriveva l’allora cardinal Ratzinger in una meditazione sul Sabato Santo che se esistesse «una solitudine in cui nessuna parola d’altro potesse più penetrare a cambiare lo stato di fatto; se si verificasse un abbandono talmente profondo, da non permettere più ad alcun ‘tu’ di giungervi avremmo allora l’autentica e totale solitudine, quello stato spaventoso e sinistro che il teologo chiama ‘inferno’». L’inferno è «una solitudine […] che costituisce quindi l’autentica esposizione allo sbaraglio dell’esistenza».

Ed ecco dunque il primo elemento che a mio avviso caratterizza con chiarezza la lettera del cardinal Betori: essa costituisce un invito a «parole con lingua», a parole capaci di parlare, a bucare l’incomunicabilità e non a un silenzio a-fonico, in-sonoro. Lo sa bene la grande poesia: silenzio e parola non si oppongono. Mi permetto di dire che se la poesia ha un senso nel progetto di Dio sull’uomo, se ha un significato nella storia della salvezza, credo sia innanzitutto questo: restituire «grazia» – in senso profondo e ampio e teologico – alla capacità umana di parlare e di abitare linguisticamente il mondo.