Cyberteologia.it vince il premio WeCa 2012

Cari amici, ho appreso che questo blog, Cyberteologia.it, ha vinto il premio WeCa 2012, cioè il premio dei Webmaster cattolici. Sono molto grato di questo riconoscimento. Non ho potuto riceverlo personalmente perché mi trovo negli Stati Uniti. Ho spedito dunque il seguente messaggio..

Caro Presidente, amici tutti dell’associazione Webcattolici italiani e partecipanti al laboratorio «Giovani, Web ed educazione alla Fede»,

in questo momento mi trovo al Boston College, una Università dei gesuiti statunitesi, ed è per questo motivo che non ho il piacere di essere lì con voi a ricevere personalmente il premio WeCa 2012 per i siti personali.

Sento il desiderio di esprimere una gratitudine profonda per questo riconoscimento. Lo considero più una spinta in avanti che una gratificazione per il passato. Ma certo mi conferma nella bontà della decisione di aprire questo blog il 1 gennaio 2011. Perché l’ho fatto? Che cosa mi ha spinto, un pomeriggio di capodanno ad aprire un blog di questo tipo? Ammetto che la data è un po’ singolare, ma ho cercato di approfittare di uno di quei momenti di relax nei quali si vive un po’ di sospensione quando si hanno le energie per lavorare ma nei quali si capisce che invece si deve riposare. E’ forse in situazioni così che si hanno le idee migliori. Il premio WeCa mi conferma della bontà di quella idea.

Perché dunque ho aperto questo blog? Da buon gesuita, introduco la mia risposta alla domanda con un’altra domanda: Is the Internet Changing the Way You Think? Questo è il titolo di una raccolta di interviste sull’impatto della Rete sulla nostra vita, apparsa negli Stati Uniti nel 2011 a cura di John Brockman. E’ questa in effetti, la vera domanda, l’unica sulla quale è necessario davvero interrogarsi: Internet sta cambiando il nostro modo di pensare? Le recenti tecnologie digitali non sono più tools, cioè strumenti completamente esterni al nostro corpo e alla nostra mente. La Rete non è uno strumento, ma un «ambiente» nel quale noi viviamo.

E quindi aumentano il numero degli studi su come la Rete sta cambiando la nostra vita quotidiana e, in generale, il nostro rapporto con il mondo e le persone che ci stanno accanto. Ma, se la Rete cambia il nostro modo di vivere e di pensare, non cambierà (…e già lo sta cambiando) anche il modo di pensare e vivere la fede? Ecco la domanda che mi ha messo la pulce nell’orecchio e che nel gennaio del 2011 ha cominciato a pizzicare irresistibilmente.

Questa domanda però ha avuto in me una genesi precisa. Esattamente un anno prima, nel gennaio 2010 avevo ricevuto da mons. Domenico Pompili l’invito a tenere una conferenza all’interno di un grosso convegno dal titolo Testimoni Digitali organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Mi chiedeva di parlare di fede e internet. Fino ad allora, e sin dal 1999, avevo scritto per La Civiltà Cattolica molti articoli su singoli aspetti della Rete o sui singoli social networks. In qualche modo proseguivo così la tradizione di coinvolgimento forte della rivista della quale sono diventato direttore nell’ottobre 2011, avviata da p. Enrico Baragli, vero pioniere degli studi sui mass media, e proseguito da p. Antonio Stefanizzi con articoli sulle nuove tecnologie della comunicazione.

Quando ricevetti la richiesta da mons. Pompili avevo già scritto due libri sull’argomento: Connessioni. Nuove forme della cultura al tempo di internet (Bologna, Pardes, 2006) e Web 2.0. Reti di relazione (Milano, Paoline, 2010). Ma quell’invito mi metteva comunque a disagio. Capivo che dentro quella richiesta non c’era la domanda di esporre una fenomenologia degli «strumenti» di Rete per l’evangelizzazione. Né mi veniva chiesta una riflessione sociologica sulla religiosità in internet. O almeno queste riflessioni non mi sembravano sufficienti. Mi ricordo che, quando provai a organizzare un discorso, rimasi davanti allo schermo bianco del mio computer senza sapere come iniziare, che cosa scrivere. Capivo però che era necessario fare un discorso «teologico». Era il momento di dire qualcosa che fosse frutto dell’impulso conoscitivo che la fede sprigiona da se stessa in un tempo come il nostro in cui la logica della Rete segna il modo di pensare, conoscere, comunicare, vivere.

Allora ho cominciato ad esplorare un territorio che mi è apparso, sin dall’inizio, ancora «selvaggio», poco frequentato. La ricerca di una bibliografia mi ha portato a verificare che ormai è stato scritto molto sulla dimensione pastorale, che comprende la Rete come strumento di evangelizzazione. Davvero poco frequentata mi è sembrata invece la riflessione teologico-sistematica.  Le mie domande erano: quale impatto ha la Rete sul modo di comprendere la Chiesa e la comunione ecclesiale? E così quale impatto ha sul modo di pensare la Rivelazione, la Grazia, la liturgia, i sacramenti… e così i temi classici della teologia sistematica. La mia relazione del 23 aprile 2010 al convegno Testimoni Digitali è stato il primo passo di una riflessione personale che considero ancora in fase di avviamento.

Da allora ho cominciato a scrivere sulla Civiltà Cattolica una serie di articoli e ho aperto il blog di Cyberteologia. Contestualmente

–       ho aperto anche la pagina Facebook Cybertheology e

–       ho dato nuova vita al mio account Twitter (@antoniospadaro) aperto nel lontano 2007, creandone poi anche un altro più specifico: @cybertheology.

E quindi alcune iniziative di content curation:

–       The CyberTheology Daily          http://www.cyber-theology.net

–       un account Scoop.it     http://www.scoop.it/cyberteologia

–       una pagina Twylah      http://www.twylah.com/antoniospadaro

In questo modo ho cercato di rendere la riflessione «sociale». Tutte queste iniziative sono raggiungibili dal blog. Dall’aprile 2011, infine, curo una rubrica mensile di Cyberteologia sul mensile Jesus.

Questa attività mi ha poi condotto a confrontare la mia riflessione in vari convegni e incontri, in Italia e all’estero. Ad esempio in Brasile dove la Conferenza Episcopale di quel Paese ha organizzato un seminario riservato ai vescovi e dedicato proprio alla comunicazione in Rete. Tra poco andrò a parlare di questi temi ai vescovi del Medio Oriente a Beirut e poi a Brasilia in preparazione della GMG di Rio. Se la mia riflessione è proseguita, è grazie anche allo stimolo sapiente da parte del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, soprattutto nella persona di mons. Claudio Celli e all’incoraggiamento intellettuale da parte del Pontificio Consiglio della Cultura, soprattutto nella persona del card. Gianfranco Ravasi. Mi onora molto la nomina a Consultore di questi due dicasteri vaticani. E come non ricordare anche il lavoro per i due dicasteri congiunti per la realizzazione del Vatican Meeting for Bloggers del 2 maggio 2011? Un momento, a suo modo, epico.

L’esigenza di affrontare con coraggio le domande su fede e Rete comincia a essere condivisa. Ed è lo stesso Benedetto XVI che il 28 febbraio del 2011 si è rivolto così ai partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali: «quali sfide il cosiddetto “pensiero digitale” pone alla fede e alla teologia? Quali domande e richieste? Il mondo della comunicazione interessa l’intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana. Se i nuovi linguaggi hanno un impatto sul modo di pensare e di vivere, ciò riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. La teologia, secondo una classica definizione, è intelligenza della fede, e sappiamo bene come l’intelligenza, intesa come conoscenza riflessa e critica, non sia estranea ai cambiamenti culturali in atto». Fin qui il Papa.

Il sito Cyberteologia.it è stata la mia prima risposta a questo appello che ormai ha un respiro ampio ed ecumenico. Sentivo infatti il bisogno di una sorta di laboratorio di riflessione, una palestra di esercizio della riflessione. Ho sempre inteso il blog sostanzialmente come un luogo di elaborazione culturale.

Per completare la visione di questo blog devo aggiungere una considerazione: pensare la fede al tempo della Rete non era (e non è) per me solamente una riflessione al servizio della fede. In realtà la posta, a mio avviso, è ancora più alta e globale. Se i cristiani riflettono sulla Rete è perché la Chiesa è chiamata ad aiutare l’umanità a comprendere il significato profondo della Rete stessa nel progetto di Dio. Internet, con la sua capacità di essere, almeno in potenza, uno spazio di comunione, fa parte del cammino dell’uomo verso questo compimento in Cristo. Occorre dunque avere uno sguardo spirituale sulla Rete vedendo in essa Cristo che chiama l’umanità ad essere sempre più unita e connessa.

***

La prossima tappa dell’itinerario che fin qui ho descritto sarà l’uscita tra meno di due settimane, il 28 marzo, del mio libro Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della Rete, pubblicato da «Vita & Pensiero», l’editrice dell’Università Cattolica di Milano. In questo volume di 150 pagine, dunque senza pretese enciclopediche,  raccolgo in maniera più ordinata e sistematica le riflessioni compiute fino ad oggi. Lì cercherò di spiegare nel corso della trattazione, che quando si guarda a internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, e cioè: relazione e conoscenza. Sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere. La Chiesa è dunque naturalmente presente – ed è chiamata ad esserlo – lì dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione. Ecco perché la Rete e la Chiesa sono due realtà «da sempre» destinate ad incontrarsi. Ed è anche per questo che oggi si rende necessario pensare la fede al tempo della Rete, una «cyberteologia».

Grazie di cuore per aver ascoltato queste mie parole e grazie a chi le ha lette dandomi voce in mezzo a voi.

p. Antonio Spadaro S.I.