God on Blog. C’è Dio nella blogosfera?

13845786_god-on-blog-dio-nella-blogosfera-0Dio è presente nei blog? In realtà negli ultimi 10 anni non sono mancate idee stimolanti o, comunque, curiose. Una di queste è la «teoblogia» (theoblogy), frutto del blogging theologically, di un «bloggare teologico». Se si digita sul motore di ricerca Google l’aggettivo theoblogical, si troverà che esso appare in oltre 12.000 pagine web, a tal punto che la rivista Christianity today ha parlato di una vera e propria «rivoluzione teoblogica» e di «blogosfera cristiana». Essa è molto variegata e comprende spazi di riflessione e discussione teologica tra studenti, blog legati a riviste cristiane, spazi personali, anche di pastori e sacerdoti, di ispirazione religiosa. In realtà occorre notare che, più che con una rivoluzione, si ha a che fare con un uso più pertinente della Rete, in piena continuità con l’uso che già le Chiese cristiane (e le religioni non cristiane) hanno fatto della Rete attraverso sistemi più tradizionali (siti, mailing list, newsletter, forum…).

Non è più vera, neanche per la realtà italiana, la considerazione che Marco Schwarz nel 2004 aveva inserito nel suo blog: «Ad un tratto mi è balzata agli occhi una cosa che avevo sotto il naso da più di un anno ma che non avevo mai messo a fuoco: Sui blog si parla di tutto (ma proprio tutto) tranne che di tematiche religiose e di fede. […] Escluderei da subito che la (mancanza di) fede sia assente perché considerata un argomento troppo personale, visto che per molti blog il concetto di “troppo personale” mi sembra non esistere. […] mi chiedo come mai questo tema sia totalmente rimosso». Sì, oggi questa constatazione non ha più valore. Allora quale forma prende l’espressione della fede e la riflessione sulla fede all’interno dello spazio insieme istintivo e riflessivo dei blog?

Per avviare la riflessione occorre ricordare che il blog vive a metà strada tra il giornale o la rivista e la comunicazione per passaparola. Rispetto a un normale periodico cartaceo, il blog si caratterizza per la spiccata presenza di un individuo e delle sue preferenze di scelta e di giudizio. Rispetto al puro passaparola, invece, il blog può contare su tutte le risorse della Rete (link al sito dell’editore, ad altri commenti e fonti…). Tuttavia dal passaparola il blog ha ereditato la necessità del coinvolgimento relazionale nel passaggio della notizia, che non è più solamente «trasmessa» (cosa che caratterizza i broadcast media e che rende l’utente uno «spettatore»), ma condivisa in contesti di relazioni, sebbene esse siano «virtuali». Quella della «piazza» e della comunicazione spontanea resta una buona immagine esplicativa del fenomeno.

Tuttavia ogni paragone (col giornale, il passaparola, il diario…) è insufficiente: il blog può essere ciascuna e tutte insieme queste cose, ma è anche radicalmente «altro». Un diario è sempre un diario, e un giornale è sempre un giornale, mentre il blog non prevede uno stile uniforme: a un post rappresentato da una cronaca obiettiva può seguirne un altro che è una pura espressione emotiva o la citazione di qualche pagina di un romanzo.

Allora il blog è, a suo modo, anche un’opera narrativa, un romanzo epistolare, un saggio critico che non prevede la parola «fine», e così via. Il blogger, data la dimensione cronologica del blog, spesso finisce per affidare alla Rete non prodotti definiti o riflessioni concluse, ma il frastagliato e diseguale diario della propria storia intellettuale e, spesso, anche emotiva. Il blog insomma, utilizzando un’espressione del sociologo Clifford Geertz, è uno dei blurred genres, un «genere confuso»[1], o, se vogliamo, più semplicemente, un nuovo genere espressivo. Non solo: la presenza sistematica di link (collegamenti) permanenti (detti permalink ) ad altri blog fa sì che chi ne frequenta uno, di fatto, ne frequenti altri, che con il primo costituiscono un vero e proprio sistema, definito comunemente come «blogosfera», senza centro e senza periferia. Il blog realizza una delle forme più compiute di ipertestualità che vivono nella Rete.

La presenza di Dio, dell’esperienza di fede e della riflessione sulla fede nei blog assorbe e assume questa dimensione di «genere confuso». La riflessione non può che partire da qui.


[1] C. Geertz, Blurred Genres: The Refiguration of Social Thought, in The American Scholar 49 (1980) 165-179.