Il Web tra utopie sociali e cyberintegralismi

Riporto qui la parte iniziale (con il link al sito originario) di un articolo di Gianni Riotta apparso su La Stampa il 14/12/11 dal titolo: Twittami o diva il mondo ingarbugliato. Il tema: Il Web sarà l’utopia sociale delle rivoluzioni pacifiche? O terreno di scontro per cyberintegralisti? L’articolo discute anche contenuti apparsi su questo blog.

Nel libro VI dell’Iliade Ettore, eroe troiano, dice addio alla moglie Andromaca e al figlioletto Astianatte, sotto le Porte Scee. Abbracciando il piccolo, Ettore lo spaventa con l’elmo e subito lo sfila, mentre la mamma, commossa, ride e piange. La piccola famiglia s’incontra per l’ultima volta, Ettore sarà ucciso da Achille, Astianatte da Neottolemo, figlio di Achille che prenderà Andromaca come schiava: ma leggendone i sentimenti, allegria, dolore, fierezza, speranza, nostalgia, senso del dovere, li sentiamo uguali a noi. Dall’epica di Omero cantata dagli aedi di città in città al web globale, non sembra mutare la chimica intima dell’Homo Sapiens.

Ma è davvero così? O l’onnipresenza dei mezzi di comunicazione elettronici, internet e i social network, Facebook, twitter, i motori di ricerca come Google, cambiano il modo di comunicare, pensare, sentire, perfino essere? Se lo chiede nel suo nuovo libro Too big to know (Basic Books) lo studioso David Weinberger persuaso che la diffusione dei new media, il legame che ogni sito fornisce ad altri, i dubbi instillati dal web, trasformino la natura del sapere e dei «fatti», che non sono più «realtà», ma effimera proiezione online di opinioni. Contro Weinberger muove, con una stroncatura sul giornale iPad The Daily, lo studioso Evgeny Morozov . Morozov, pioniere dell’«Open Net» – tentativo di diffondere la libertà via web – è nato in Bielorussia e vive ora negli Usa. Il suo entusiasmo per la rete, di cui resta uno dei guru più noti twittando da @evgenymorozov, s’è trasformato nel realismo critico del saggio L’ingenuità della rete, il lato oscuro della libertà di internet tradotto da Codice.

Il titolo del disincantato Morozov è stato però addolcito in italiano dall’originale «The net delusion», «l’illusione della rete» in «l’ingenuità». Perché? Per non offendere quelli che lo studioso chiama cyber ottimisti, persuasi che sul web si stia formando una nuova sfera del sapere, capace di auto correggersi. Una generazione che ha, a sua volta, studiosi e teorici, prima di Weinberger già Clay Shirky nel saggio Surplus cognitivo (Codice). Perfino il solitamente scettico settimanale The Economist proietta lontano i new media, vedendone l’influenza addirittura sulla Riforma di Martin Lutero del 1517, attribuita non più alla diffusione della stampa, vecchia del 1450, ma al principio caro a Shirky del «crowd sourcing», la «folla» che incontrandosi – oggi online allora via bollettini e mercati di villaggio – costruisce opinioni comuni.

Con Morozov studiano i limiti della rete, non per «censurarla» ma per proteggerla dai rischi di monopoli e populismi, anche il padre della virtual reality Jaron Lanier (Tu non sei un gadget Feltrinelli), preoccupato del consumismo ossessivo delle idee online, e Nicholas Carr (Internet ci rende stupidi?, Cortina). Critici consapevoli che il web è il nostro mondo, da studiare, non trasformare in Eden bellissimo ed immaginario.

Il dibattito tra le due posizioni, «Web sfera ideale, libera e capace di autogoverno» contro «Web proiezione del mondo reale, speranze ed orrori», orienterà il prossimo sapere. Da una parte studiosi come il direttore di Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro, fondatore della «cyber teologia» e difensore su twitter @antoniospadaro del citizen journalism, giornalismo non professionale di cittadini www.cyberteologia.it/2011/12/la-credibilita-dellinformazione-in-italia-e-il-servizio-pubblico/ (i gesuiti vantano del resto nel filosofo Teilhard de Chardin, scomparso nel 1955, il teorico della «noosfera», sfera del sapere considerata antenata di internet). Anche Luca De Biase, fondatore di Nova il supplemento high tech del 24 Ore, in un recente seminario allo Iulm di Milano s’è detto persuaso che i new media siano «isola antropologica» armonica, capace di autonoma «narrazione collettiva» della realtà.

L’ottimismo è temperato dal blog dell’economista Tyler Cowen (i suoi libri tradotti da Cooper): l’economia dell’alta tecnologia crea due classi sociali separate, una che possiede gli strumenti del nuovo sapere e prospera, la seconda che non li governa ed è perciò relegata in ruoli umili. Sull’informazione online, «l’età della macchina intelligente» analizzata nel 1988 da Shoshana Zuboff, crea mondi paralleli, uno colto, tollerante e aperto al dibattito anche aspro dove i Morozov e gli Spadaro competono tra loro. L’altro, populista, chiuso, livoroso, che preoccupa lo studioso Charles Kupchan: «La rivoluzione dell’informazione, internet e i mass media onnipresenti nutrono la polarizzazione ideologica più che generare dibattito razionale» in Europa e in America.

L’algoritmo di Google invia le –> continua la lettura sul sito de La Spampa