Teologia e tecnologia

La tecnologia non è soltanto, come credono i più scettici, una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio. Essa, scrive Benedetto XVI nella Caritas in veritate, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia», e nel contempo si manifestano le aspirazioni dell’uomo e le tensioni del suo animo.

La tecnologia è, dunque, la forza di organizzazione della materia da parte di un progetto umano consapevole. In tal senso la tecnica è anche ambigua, perché la libertà dell’uomo può essere spesa anche per il male. Proprio per questa sua natura la tecnologia incide sul modo di capire il mondo e non solo di viverlo: «È impossibile separare l’essere umano dal suo ambiente materiale, dai segni e dalle immagini tramite cui conferisce senso alla vita e al mondo. Allo stesso modo, non si può separare il mondo materiale — e ancor meno la sua parte artificiale — dalle idee tramite cui gli oggetti tecnici vengono concepiti e utilizzati, dagli uomini che li inventano, li producono e se ne servono» (P. Lévy).

Ad esempio, l’aereo ci ha fatto comprendere il mondo in maniera diversa dal carro con le ruote; la stampa ci ha fatto comprendere la cultura in maniera diversa. Il credente sa vedere nella tecnologia la risposta dell’uomo alla chiamata di Dio a dare forma e a trasformare la creazione e, dunque, anche se stesso, con l’ausilio di strumenti e procedure. Giovanni Paolo II aveva auspicato in tal senso una «“divinizzazione” dell’ingegnosità umana», e Benedetto XVI, a sua volta, ha parlato dello «straordinario potenziale delle nuove tecnologie», da lui definite «un vero dono per l’umanità».

La domanda a questo punto sorge spontaneamente: se la tecnologia e, in particolare, la rivoluzione digitale modifica anche il modo di pensare le cose, ciò non finirà per riguardare anche, in qualche modo, la fede e la sua comunicazione?

Nel 1985, notando la crescente interazione tra tecnologia ed elettronica nella direzione di un «nuovo ordine mondiale» della comunicazione, l’allora Pontefice già avvertiva che questo cambiamento «coinvolge l’intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana». Questo coinvolgimento tocca forse anche la riflessione della coscienza credente sulla fede? Lo sviluppo tecnologico, lo sappiamo, può «indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi soltanto sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire»: l’assolutismo della tecnica «tende a produrre un’incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia». Se ben intesa, invece, essa riesce a esprimere una forma di anelito alla «trascendenza» rispetto alla condizione umana così come è vissuta attualmente. E questo deve dirsi anche di quello «spazio di comunicazione aperto dall’interconnessione mondiale dei computer e delle memorie informatiche», cioè per il cosiddetto «cyberspazio».

La domanda non è certo dei nostri giorni. È riconducibile, ad esempio, alla riflessione di colui che sarebbe diventato il cardinale Avery Dulles, il quale all’inizio degli anni Settanta si propose di scoprire in che modo «gli stili mutevoli di comunicazione in- fluenzano la conoscenza della Chiesa, nella sua natura, nel suo messaggio, nella sua missione», insistendo sulla relazione tra teologia e comunicazione. Si potrebbe proseguire sulla fitta rete di rapporti che questo interesse ha costruito nel tempo. Proprio sostando su questo incrocio nasce il desiderio di verificare la possibilità di una «cyberteologia».