Salvataggio (digitale) e Salvezza (cristiana)

Che cosa significa salvare un file di testo o una foto appena modificata con un programma adatto? Salvare qualcosa nel mondo digitale significa salvarla dall’oblio, dalla dimenticanza, dalla cancellazione. Salvare in senso teologico significa salvarla dalla dannazione, dalla condanna. Il perdono è salvezza da una condanna. Salvezza e perdono sono termini che si richiamano a vicenda. La salvezza digitale, il «salvataggio» cioè, invece è esattamente l’opposto della cancellazione. Se un file è salvato, tutto, anche gli errori restano fissati, non dimenticati. La salvezza digitale cancella l’oblio, appunto. E oggi la Rete è diventata il luogo in cui l’oblio è impossibile; il luogo in cui le nostre tracce restano potenzialmente incancellabili. Se ci volessimo reinventare una nuova vita le tracce del nostro passato sarebbero sempre lì alla portata del vicino di casa.

Per essere più chiari: se una persona che ha condotto una vita dissoluta e dedita all’esibizione pornografica decidesse di cambiar vita radicalmente, sa che in Rete le sue immagini saranno sempre lì a ricordare potenzialmente a tutti ciò che era e che dunque, nel mondo «virtuale» sempre è e resterà. La «salvezza digitale» (cioè il «salvataggio») della pornostar coincide paradossalmente con l’impossibilità del suo «perdono». Ma questo è solo un caso estremo. Un’applicazione pratica di ciò che stiamo dicendo è rappresentata dalla tecnologia Rapportive sugli indirizzi di posta gmail. Essa è costituita da un piccolo programma (per la precisione un plug-in) grazie al quale, aprendo una qualsiasi email, appaiono automaticamente informazioni riguardanti la persona che ce l’ha inviata «pescate» in Rete: la sua immagine, le informazioni personali che riguardano il suo lavoro e addirittura su quali social network è presente.

Dunque «davanti alla difficoltà di vivere in un mondo senza perdono, dovremmo […] trovare nuovi modi di perdonare le tracce digitali che ci porteremo dietro sempre» (J. ROSEN, «Il web non dimentica mai», in Internazionale, 17-23 settembre 2010, 43).

Soprattutto, oggi più che mai, si comprende meglio come il perdono non coincide affatto (e anzi: non può più ormai coincidere) con l’oblio, e che il perdono autentico è un intervento che trascende la mia storia e che fuoriesce dal «sistema» delle mie possibilità, essendo fondato sull’alterità di Dio. Nel mondo in cui dunque «il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 51, 5) e tutto è digitalmente «salvato», come risulterà pensabile la salvezza teologica?