Il linguaggio e le metafore, lo sappiamo bene, plasmano il nostro modo di immaginare e di comprendere la realtà in generale. È necessario dunque avere un ampio approccio antropologico alla tecnica per comprendere se e come il linguaggio e le metafore proprie delle tecnologie digitali abbiano un impatto sul modo di immaginare e comprendere la realtà che ci circonda.

Occorre essere consapevoli del fatto che la cultura del cyberspazio pone obiettivamente, al di là di ogni altra considerazione, nuove sfide alla nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico pubblico che parli della possibilità e dei segni della trascendenza nella nostra vita. Il software che «trasporta atomi di cultura» , infatti, è ormai pane quotidiano per milioni di persone e la domanda sul linguaggio non può essere ridotta in nessun modo a quella del «rivestimento» provvisorio di concetti sempre uguali e identici a se stessi.

Un esempio importante: «convertire» un file significa sostanzialmente mutarlo in un altro «formato». È una questione di codice, e dunque di linguaggio. La conversione digitale è una sorta di «traduzione». La conversione di un file può essere necessaria perché il programma che usiamo non lo «legge» o addirittura non lo «apre». Io non posso relazionarmi ai dati contenuti perché non riesco a decifrarli e dunque ho bisogno di convertirli in un formato che mi permetta di entrare con essi in relazione. La conversione è dunque una redenzione dall’incomunicabilità. In che modo la conversione tecnologica avrà un effetto sulla comprensione della conversione teologica?

 

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