Un presidente dalla fede non muscolare. Per lui la politica deve essere costruzione

Riporto di seguito il testo dell’intervista che ho rilasciato al Corriere della Sera di lunedì 2 febbraio 2015. Il video è quello al quale faccio riferimento nell’intervista.

Sergio Mattarella, nuovo Presidente della Repubblica. Il direttore di Civiltà cattolica Spadaro: la visione sua e di Bergoglio sono consonanti
di Maria Antonietta Calabrò

Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei Gesuiti, la Civiltà Cattolica, ha postato su Twitter una videointervista su YouTube in cui Mattarella descrive l’entusiasmo con cui ha vissuto gli anni del Concilio Vaticano II.

Perché?
«Perché mi ha molto colpito. Il video mostra che è stato eletto presidente una personalità ricca, un giurista, un politico di elevata statura, la cui formazione cattolica ha dato frutti. È un cattolico non muscolare, non ideologico, cresciuto in un periodo complesso, che considera la sua fede come un enzima».

Un enzima?
«Nella videointervista, che è del 2010, parla di sogni e di ideali, non di tattiche e di strategie. Per lui la fede è lievito dentro la storia. Non è un’ideologia astratta che si impone sulla realtà. Si richiama a due Papi: Giovanni XXIII e Paolo VI. Entusiasmo, speranza e innovazione per lui sono le tre parole chiave dell’eredità di quegli anni. Nel Concilio lo colpiva il senso pieno dell’universalità della Chiesa e la dimensione profetica della fede».

Un presidente d’altri tempi?
«No. E per lo stesso Mattarella non sempre il passato è migliore del presente. E il cristiano vive nel presente. Niente amarcord».

Mattarella si è formato a stretto contatto con i gesuiti, questo c’entra con il suo cattolicesimo non ideologico?
«Sì. C’è una parola che esprime questa caratteristica tipica dell’educazione dei gesuiti e che mi sembra abbia giocato un ruolo decisivo per Mattarella, così come emerge dalla sua stessa intervista, la parola “discernimento”. Essa esprime una visione positiva della realtà, un’apertura dialogica e la capacità di ascolto dell’altro. Oltre agli stretti contatti da adulto con padre Bartolomeo Sorge e padre Ennio Pintacuda. La sua formazione ha comunque avuto punti di riferimento plurale: i Fratelli maristi, l’Azione cattolica, i Padri rosminiani, la Pro civitate cristiana».

Il primo pensiero del presidente è andato «alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini».
«Nel video dice testualmente: “Studiare insieme, vivere insieme un’esperienza di classe, di comunità e di studio mi ha aiutato a comprendere le esigenze, i problemi e le attese degli altri. Si cresce, se si cresce insieme. Ci si realizza, se ci si realizza insieme”. Sembra di sentire papa Francesco che si esprime negli stessi termini».

Mattarella è stato segnato dalla tragedia del fratello. Oggi mafia e corruzione sono ancora emergenza.
«Mattarella è sceso in politica a causa di questa ferita viva nella carne: e dal fratello , che è stato politico di rottura , ha imparato la necessità della lotta alla corruzione. Questo è un tratto forte dell’identità del presidente, oggi particolarmente rilevante».

È singolare che un cattolico sia una riserva della Repubblica?
«No, anzi. È proprio il suo cattolicesimo a dargli una concezione “laica” della politica, intesa come costruzione — da parte di persone di diverse esperienze e culture — della cosa pubblica e del bene comune. E questo è anche il pensiero di papa Francesco. Le due visioni del neoeletto e di papa Francesco mi sembrano straordinariamente consonanti».

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“Nel cuore di ogni padre”: Papa Francesco mette in crisi la crisi dell’Occidente

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Pubblico qui il testo del mio articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 23 novembre 2014 come presentazione del volume Papa Francesco,  Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014 che sarà in libreria il 26 novembre 2014. Il volume sarà presentato a Civiltà Cattolica il 4 dicembre alle ore 18.00 da p. Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, Lucio Caracciolo, direttore di Limes e Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia della globalizzazione presso l’Università Cattolica di Milano.

Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’ azione di papa Francesco.

Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali. L’ ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979. Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’ Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’ inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’ azione di Bergoglio.

Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’ unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza. Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza. Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’ intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’ impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

antoniospadaro_2014-nov-23Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte: «Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’ assemblea mondiale di rappresentanti dell’ ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.

E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito. Molto si è scritto dell’ origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La sua stessa visione è legata all’ esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’ episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina. Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio. Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’ Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’ Europa.

Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come «l’ originalità della nostra situazione» consiste non nell’ ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano». Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’ è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’ Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di disincagliamento…

 

L’esperienza secondo Papa Francesco

01Riporto qui una intervista dal titolo “L’esperienza secondo Francesco: intervista a padre Antonio Spadaro” che ho dato a Davide Perillo per il mensile Tracce N.11, Dicembre 2013.

«La riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza». La frase è lì, a pagina 118. L’avevamo già letta, nella famosa intervista a Civiltà Cattolica. Ma ora che quel testo torna in circolazione sotto forma di libro (La mia porta è sempre aperta, Rizzoli, 162 pagine, 12 euro), con un apparato che ne approfondisce contesto e background, riprenderla assieme a padre Antonio Spadaro, 47 anni, direttore della rivista della Compagnia di Gesù, esperto di web e di letteratura e «secondo gesuita più famoso al mondo», come lo hanno ribattezzato dopo lo scoop di quel dialogo svolto in tre tappe e pubblicato in contemporanea in tutto il mondo, diventa l’occasione per approfondire questo tema. Fondamentale, per seguire il Papa. E per leggere anche la Evangelii Gaudium, per rendersi conto del perché «non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo» (266).

Perché è così decisiva l’esperienza nel Papa? E in cosa consiste per lui?
Papa Francesco non è una persona che ama mettere in primo piano il concetto. Non parte da idee chiare e distinte per poi applicarle: parte sempre dal contatto con chi ha davanti, persone o gruppi. Da un lato è una categoria radicata nella sua spiritualità, nella formazione gesuitica: per la pedagogia di sant’Ignazio, il punto di partenza e di lavoro è sempre il contesto e l’esperienza. Lo ha detto chiaramente nella Evangelii Gaudium, ma lo aveva ribadito anche in passato: la realtà «è», mentre l’idea è frutto di una elaborazione che può sempre rischiare di cadere nel sofisma distaccandosi dal reale, fino a rischiare persino il totalitarismo, se l’idea vuole imporsi sulla realtà. Per il Papa la realtà è sempre superiore all’idea. È uno dei suoi quattro principi fondamentali di lettura della realtà. Dunque se una riflessione può essere fatta, è solo alla luce dell’esperienza. E soltanto dopo questa riflessione viene la valutazione per rilanciare l’azione. Dall’altro, per il Papa conta molto la sua esperienza pastorale. Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza. Senza contare un altro aspetto.

Quale?
L’appartenenza. L’esperienza, per il Papa, non è solo quella individuale, ma anche quella di un popolo: la Chiesa. Sentire di appartenere a un popolo per lui ha un valore incomparabile. In fondo Dio si rivela a un popolo, non a un individuo. E quindi l’esperienza della fede si contestualizza sempre dentro a un’appartenenza. Il soggettivismo è fuori questione.

Però anche quando il Papa parla della fede come di qualcosa che nasce da un incontro, dallo «stupore di incontrare qualcuno che ti sta aspettando», c’è un richiamo potente a questo aspetto: è un avvenimento, un fatto oggettivo che può essere conosciuto solo attraverso l’esperienza… 
Certamente. Ma il concetto di oggettivo non è mai da intendere come assoluto, sciolto. A guidare la riflessione e poi l’azione è la consapevolezza che Cristo si è incarnato. Il Papa ha detto con chiarezza nell’intervista che mi ha concesso per Civiltà Cattolica che non si fa discernimento sulle idee, ma sulle storie. Non c’è una oggettività inerte, c’è sempre un’oggettività che diventa volto, storia, esperienza. L’oggettività è Cristo. La novità è il Vangelo. Questo è il punto. Tutto il resto viene dopo. Non perché sia poco importante, ma perché c’è una priorità assoluta: l’annuncio. E questo Vangelo è chiamato ad essere annunciato a tutti, in qualunque situazione uno si trovi a vivere.

Ma questo non implica anche il fatto che l’uomo, in qualsiasi situazione e al di là delle differenze di culture e tradizioni, ha dentro un criterio che gli permette di giudicare ericonoscere questa oggettività? C’è un avvenimento che si pone nella storia – l’annuncio di Cristo -, ma c’è anche il cuore dell’uomo che è in grado di percepire questa unicità, perché Lo attende. E il Papa punta anche su questo, mi pare…
Sì. C’è qualcosa di interno all’uomo, un’apertura, che il Papa identifica con una ferita. E questa apertura implica il desiderio fondamentale di Dio. Questa cifra della ferita è da intendere come appello profondo, iscritto nel nostro cuore dell’uomo. E la Chiesa si rivolge sostanzialmente a un’umanità che avverte, sente, sperimenta questa ferita.

Lui stesso parte da questa ferita. Quando dice «sono anzitutto un peccatore», vuol dire che per definire se stesso pesca dall’esperienza più radicale che un uomo possa fare: il limite. Ed è un dato su cui sappiamo benissimo che non possiamo barare, l’esperienza è spietata su questo…
Assolutamente. In fondo l’esperienza di fede e di adesione a Cristo è data proprio dal riconoscimento di essere peccatore. Una persona che non sente questa ferita, che la nega, diventa pressoché impermeabile al Vangelo.

Colpisce molto come questa dinamica tra il cuore e la realtà per il Papa diventi un fattore di conoscenza continua. In un certo senso, lui parla quasi soltanto di cose che ha scoperto vivendo. Quello che dice è spesso legato ad episodi che ha visto accadere: la fede di sua nonna, il giorno della sua vocazione, le suore che lo hanno curato… Fino al fatto di aprire una catechesi parlando di Noemi, la bambina malata incontrata poco prima. Perché?
Appunto, perché fa sempre riferimento all’esperienza accaduta, che ha dei volti precisi. Sono questi che lo aiutano a riflettere e pensare. Quello che dice è sempre frutto di qualcosa che è scritto sulla sua pelle: nel suo vissuto, nella sua storia. Anche i santi sono per lui «volti» precisi. Non crede a quelle che lui chiama un po’ ironicamente «energie armonizzate»: crede ai volti. Questa è una categoria ermeneutica per comprendere tutto quello che dice. Se si interpreta il suo magistero con la categoria dell’idea, di affermazioni astratte, si finisce fuori strada.

Ma cosa permette questa disponibilità di cuore per cui si impara di continuo? È il Papa, avrebbe tutti i titoli per pensare di «saperne già abbastanza», soprattutto sulla fede…
L’umiltà. Che per lui non è una virtù ascetica, ma è anzitutto una via per avvicinarsi bene agli altri e alla realtà. È una disponibilità all’esperienza, appunto, che in Francesco è molto radicata. Da cosa nasce? Di preciso non lo so. Ma certamente, da quello che capisco, c’entra anche il fatto di aver sperimentato il contrario. È interessante, per esempio, che lui chieda perdono di continuo non per i peccati della Chiesa, ma per i suoi. Quando racconta di essere stato nominato provinciale da giovane, a 36 anni, e si dice pentito di essere stato brusco, quasi aggressivo nei confronti della realtà e degli altri, anche per inesperienza, in sostanza dice di aver sperimentato sulla sua pelle gli effetti di una chiusura all’esperienza. Anche questo, nel tempo, lo ha reso docile. Poi c’è una seconda questione che diventa metodo: il discernimento. Che, non dimentichiamolo, è un cardine della spiritualità gesuitica.

Lui dice esplicitamente che «si può fare discernimento solo nella narrazione, non nell’esplicazione filosofica». Partendo dall’esperienza, appunto, e non dalle idee. Ma che cosa è esattamente discernere?
Lo vediamo nel modo in cui sta conducendo la Chiesa. Molti ritengono che il Papa abbia una sorta di progetto, di idee chiare e distinte da mettere in pratica. Non credo sia una visione corretta. Il Papa è radicato profondamente nel terreno dell’esperienza concreta. Non vive in una bolla, ha la percezione chiara di cosa ci sia intorno a lui. Ma quando si muove, rilegge di continuo quello che fa nella sua preghiera personale e nel dialogo con gli altri. Quindi, avanza. In un processo che, appunto, possiamo definire di discernimento spirituale: cercando e trovando man mano la volontà di Dio. La visione più corretta del suo agire è quella del «camminando s’apre il cammino». Capisce meglio dove andare nel momento in cui si mette in cammino. Non è l’applicazione pratica di presupporti teorici: è una visione dinamica.

Che presuppone un altro aspetto: anche la Chiesa, essendo una realtà viva, in qualche modo prende coscienza di sé vivendo e riflettendo sulla sua storia. Il Papa nel dialogo con lei citava san Vincenzo di Lérins: «Anche il dogma (…) progredisce, consolidandosi negli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età». E nell’Esortazione dice che «la Chiesa, che è discepola missionaria, ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità». Possiamo dire che per Francesco l’esperienza è un metodo di conoscenza decisivo per la Chiesa stessa, oltre che per il singolo fedele? 
È l’esperienza del popolo cristiano che viene a parola. Pensi anche a questa idea del questionario inviato alle diocesi come introduzione al Sinodo sulla famiglia. Ne hanno parlato come di un “sondaggio di opinione”, ma in realtà risponde a questa logica: è un raccogliere la vita del popolo di Dio, l’esperienza vissuta. Che è più utile rispetto al partire da documenti e presupposti teorici. Il popolo di Dio è invitato a interrogarsi e anche a tematizzare l’esperienza che fa alla luce del Vangelo. Poi questo non è sufficiente, chiaro: è propedeutico a una riflessione ulteriore. Ma anche qui, in fondo è il metodo degli esercizi spirituali di Ignazio. Il discernimento è la base fondamentale del giudizio. È sentire e gustare le cose interiormente. Non è un progetto di tipo esclusivamente razionale, in senso astratto: è dall’interno stesso che si fa esperienza di come andare avanti. Ed emerge una direzione da prendere che non è frutto solo della nostra capacità di decidere, ma dello Spirito.

Il Papa insiste molto sulla tentazione di «addomesticare le frontiere» e ritrovarsi con una «fede da laboratorio»: qualcosa di astratto, statico, che non offre più strumenti per giudicare la realtà e porta ad un «autismo dell’intelletto». Da dove nasce questo rischio per lui?
Papa Francesco è alieno dalle ideologie. Totalmente. Anzi, uno dei rischi peggiori che intravvede è proprio l’ideologizzazione del Vangelo. Che accade soprattutto quando lo si legge attraverso altre categorie. Il Vangelo, per lui, si legge col Vangelo; è un’esperienza assolutamente originale, unica. Non può essere ridotta con l’uso di metodologie estranee. Da qui la sua idiosincrasia per le politicizzazioni, le tentazioni egemoniche e via dicendo. Non dobbiamo stare in frontiera per assimilare a noi le frontiere, ma per vivere lì, per fare esperienza della frontiera stessa. La logica del vivere in frontiera non è una logica di annessione o di egemonie, ma di confronto, di sfida.

Se no, si finisce per ricondurre tutto a una cosa che già sai.
Certo. Quando lui chiede di «aprire le porte della Chiesa», non intende innanzitutto che bisogna far entrare le persone in chiesa: vuole spalancare le porte perché il Signore possa uscire. A volte noi le chiudiamo così bene che alla fine Cristo rimane ingabbiato dentro… Invece la Chiesa è un tesoro che va messo a disposizione di tutti. La Evangelii Gaudium è tutta intessuta di questo richiamo

Altro aspetto potente nei suoi richiami: la fede come testimonianza. «Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: “Ha sete di autenticità, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare”», scrive nell’Esortazione (150). Anche qui, l’esperienza diventa fondamentale: la strada per la verità è un rapporto, qualcosa di sperimentabile. 
Lui stesso è un Papa che comunica un messaggio testimoniandolo. Parla del valore della povertà vivendo la semplicità. O della preghiera, pregando. Cerca di unire il gesto alla parola. Sostanzialmente vuole uscire dalla logica della predicazione, della parola in quanto tale, per far vedere. Così un gesto diventa ancora più potente. Ignazio dice che l’amore si dimostra più nelle opere che nelle parole. È una dimensione che spinge all’azione.

E che apre a rapporti imprevedibili, come con Eugenio Scalfari. Ha colpito molto che la cosa che ha “messo sul piatto” aprendo quel dialogo sia stata anzitutto l’esperienza del suo rapporto personale con Cristo. È questo che offre all’altro. Ma a guardare bene non è anche ciò che gli permette di aprire a tutti la possibilità di un tratto di cammino insieme? Se il confronto verte su idee e dottrine, quasi sempre ognuno resta dove è. Ma se in qualche modo è un «vieni e vedi»… 
È sul piano dell’esperienza che diventa veramente compagno di cammino. Il Papa è inclusivo. È percepito come prossimo, vicino: ed è una percezione che nasce dal suo atteggiamento, dalla sua stessa persona. Quando si sta accanto a lui, si coglie la sua autorevolezza: si ha la perfetta percezione che si è davanti al Papa. Ma allo stesso tempo, non c’è nessuna distanza. È capace di assumere autorevolezza proprio perdendo la distanza. È una cosa un po’ paradossale, ma accade. Ecco, l’abbattimento della distanza aiuta a fare questo tratto di cammino insieme. Ma c’è un elemento ulteriore. Ciò che conta per il Papa, ciò che lui vuole impostare, non è un «dialogo» tra credenti e non credenti: è piuttosto un’azione comune. Lui crede che l’umanità abbia un compito da svolgere insieme. Per esempio, è interessante il suo modo di porsi davanti alla laicità dello Stato. Lui ci crede, sulla base del fatto che tutti siamo chiamati a costruire un’opera comune: la società. E tutte le forze sono indispensabili per questo. Allora il suo atteggiamento non è solo di dialogo tra posizioni, ma è molto operativo, è funzionale alla costruzione di qualcosa insieme. Che, detto in altri termini, significa appunto fare un tratto di strada.

Ci sono altri punti in cui l’esperienza sembra un fattore decisivo per il Papa. Anzitutto, il suo metodo educativo. Nell’intervista cita quell’episodio in cui, per interessare i suoi studenti liceali alla letteratura, comincia per farli scrivere e finisce per coinvolgere nel rapporto con la classe anche Borges…
Be’, qui potremmo parlare di rischio educativo. Muoversi così è davvero un rischio, perché implica sempre la possibilità di fraintendimenti. Ma in quel caso, per esempio, lui lo ha corso perché si è accorto che era il modo migliore per creare un ponte di contatto tra l’esperienza della letteratura che voleva comunicare e quella che avevano i suoi alunni. E l’unica via era andargli incontro: partire dal loro punto di vista, dalla loro intelligenza e curiosità, e leggere il bisogno profondo che c’era dentro questa richiesta. Entrando nella letteratura con le loro esigenze e domande, alla fine ne è uscito con ragazzi aperti alla letteratura tout court e addirittura autori loro stessi. Sì, l’esperienza in qualche modo è il cuore anche della sua idea di educazione.

Nel suo libro, lei sottolinea che pure quando parla di arte, delle sue preferenze – Hölderlin, Manzoni, Caravaggio, Mozart… – il Papa parte sempre dalla vita, non da un discorso intellettuale. «La vita è il paragone delle parole», dice citando l’Innominato. È una buona definizione di esperienza… 
Per lui l’arte non è chiusa nell’ambito estetico, autonomo rispetto al resto. Il romanzo, la poesia, l’arte in generale è parte integrante della vita. Anche della vita spirituale e pastorale. In questo campo si muove con grande facilità ed elasticità. Per spiegare la speranza, per dire, è partito dalla Turandot. Pensavo di non aver capito bene… Noi avremmo introdotto il discorso dicendo “per esempio”, avremmo in qualche modo aperto una partentesi. Invece per lui il discorso è fluido, non c’è separazione. Questo mi ha colpito. L’estetica del Papa implica un rapporto con l’opera d’arte in cui l’opera plasma radicalmente la percezione. Di fatto, fruirne significa fare un’esperienza di vita tout court. Quando leggi un romanzo, vivi un’esperienza di vita, non fai solo una pura esperienza di gusto intellettuale. È un’osservazione che offre molte possibilità di sviluppo.

Ultimo aspetto: la preghiera. Proprio la sua preghiera personale. Il Papa la definisce «memoriosa», cioè «piena di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto». Anche pregare, per lui, è fare esperienza?
Sì. La sua preghiera non è astratta: è osservazione di fatti e riconoscimento di dove il Signore agisce e ha agito. Lo ha detto anche nella sua Esortazione: solo l’incontro col Signore può dare la «gioia del Vangelo», non una decisione etica o l’adesione a una idea. Per esempio, lui ha questo momento di Adorazione serale, verso le sette e mezza, che è di pura contemplazione e silenzio. È curioso che non sia la mattina. Chiaro, la mattina prega, eccome: le Lodi, la messa… Ma questo momento speciale è la sera. Significa che mette la sua giornata davanti al Signore e prega su quello che ha vissuto. Sulla sua esperienza, insomma.

Reti Sociali: porte di verit

Qui sotto il mio video-commento alla Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2013 (realizzato dal Copercom)

Qui sotto ripropongo in forma abbreviata la mia riflessione scritta sul Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata apparsa su La Civiltà Cattolica il 2 febbraio 2013

Ogni anno la Chiesa, la domenica dell’Ascensione, celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica voluta dal Concilio Vaticano II. Il suo scopo è quello di «incrementare e rendere più efficace il multiforme apostolato della Chiesa» (Inter mirifica, n. 18) nel campo comunicativo. Com’è tradizione, il 24 gennaio scorso Benedetto XVI ha inviato il suo messaggio per la Giornata di quest’anno, la 47a, dedicata al tema: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». L’annuncio del tema è avvenuto, come ogni anno, il 29 settembre, festa degli arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, patrono, quest’ultimo, di quanti lavorano nella radio.

Cercheremo di seguito di comprende il significato e la portata di questo Messaggio innanzitutto collocandolo nel suo contesto temporale legato all’Anno della Fede e al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Quindi individueremo tre «pilastri» di questo testo, cioè i temi che lo hanno generato. E quindi, proprio alla luce del Messaggio, ci interrogheremo sul motivo per cui il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione aperta su Twitter, una delle reti sociali più diffuse, che ormai 6 mesi fa ha superato i 500 milioni di utenti.

Il contesto del Messaggio

Per comprendere la portata di questo Messaggio occorre indicare alcuni elementi legati al contesto. Il primo elemento è dato dal fatto che esso si inserisce all’interno dell’Anno della fede e giunge a conclusione del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Il Papa dunque ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi non solamente la «verità», come aveva fatto già nel Messaggio del 2011, ma anche la «fede» e l’«evangelizzazione».

Ricordiamo innanzitutto che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera apostolica in forma di motuproprio dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, per citare i più noti.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione aveva riconosciuto nelle sfide della comunicazione uno dei sei «scenari» fondamentali che i cristiani oggi sono chiamati a comprendere perché – si legge nei Lineamenta – ormai «non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’influsso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale» (n. 6). Tra i frutti migliori venivano riconosciuti almeno i seguenti: «maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti» (ivi). L’Instrumentum Laboris ha ripreso quell’osservazione aggiungendo che «le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire sulla società e sulla cultura. Agendo sulla vita delle persone, i processi mediatici resi possibili da queste tecnologie arrivano a trasformare la realtà stessa. Intervengono in modo incisivo nell’esperienza delle persone e permettono un ampliamento delle potenzialità umane. Dall’influsso che esercitano dipende la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo. Queste tecnologie e lo spazio comunicativo da esse generato vanno perciò considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, anche se con uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile» (n. 60).

Vari Padri sinodali nelle loro relazioni hanno ripreso il tema della comunicazione e dei linguaggi. Tra questi ricordiamo l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, che, parlando del mondo digitale, ha affermato che se «la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”». Riconoscendo la peculiarità di questo spazio, che non privilegia automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite, mons. Celli ha affermato anche la necessità «di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali». Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo intervento ha a sua volta riconosciuto che oggi «è necessario saper adottare anche i nuovi canoni della comunicazione telematica e digitale con la loro incisività ed essenzialità». Come si comprende bene, dunque, il titolo del Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2013 costituisce uno dei frutti di un’ampia riflessione che la Chiesa sta vivendo in questo tempo su fede e comunicazione.

La rete digitale come spazio di esperienza reale

Alla luce delle riflessioni del Sinodo risulta chiara la sintesi che troviamo nel Messaggio del Papa: «I social networks inoltre non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione» . La Rete è da abitare perché «la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale».

Ma internet non è anche un luogo di pericoli e rischi? Sappiamo bene come più volte nei testi del Papa e in molti documenti del Magistero si sia fatto riferimento ai rischi che si corrono nell’ambiente digitale: un’esaltazione emotiva delle relazioni e dei legami sociali, l’indebolimento e la perdita di valore oggettivo di esperienze quali la riflessione e il silenzio; la riduzione della politica a strumento di spettacolo. Il Messaggio di Benedetto XVI ha tra i suoi meriti quello di aiutarci a chiarire che questi rischi non sono parte della cultura digitale, ma parte della vita ordinaria delle persone che l’ambiente digitale poi replica con le sue caratteristiche tipiche di velocità e accessibilità.

È improprio attribuire alla rete ciò che invece dipende dai nostri limiti relazionali e umani o dal nostro peccato, e che trasferiamo sul web esattamente come negli altri ambienti che frequentiamo off line. Attribuire sic et simpliciter le colpe all’ambiente digitale è sostanzialmente una forma comoda ed efficace di deresponsabilizzazione, di determinismo tecnologico. Nella rete portiamo ciò che siamo. Cerchiamo di essere migliori, e anche il web lo sarà.

«L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire come l’impatto che ha la Rete sul modo di pensare e di vivere, riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. Ovviamente però abitare il mondo digitale non può prescindere dalla saggezza di un adattamento non sempre facile. Questo «addomesticamento» dello spazio richiede la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani hanno definito come un «nuovo contesto esistenziale».

Il Papa offre un esempio della fluidità tra ambiente fisico e digitale notando che le «reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone, infatti, stanno scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmenteon line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle».

Si può dunque identificare in questo uno dei pilastri del Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni: l’ambiente digitale non è uno spazio puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. E la sfida è chiara: vedere nella Rete uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che in Rete si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

Le Rete, luogo di condivisione di conoscenza, valori e significati

Nel suo Messaggio il Papa non parla in generale di internet nel suo complesso, cioè del mondo digitale, ma si sofferma su una sua dimensione: quella dei social networks. Ne parla perché lo sviluppo di queste reti — scrive — «sta contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove inoltre possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Ciò che interessa al Papa in ultima analisi è sempre e comunque la comunicazione come dimensione fondamentale della vita umana. Parla dei networks sociali perché stanno plasmando il modo in cui l’uomo comunica, perché «danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione».

Benedetto XVI aveva già fatto un’ampia e profonda riflessione sui social networks nel Messaggio del 2009 e l’aveva ripresa in quello del 2011. Aveva notato che fare informazione oggi non significa semplicemente trasmetterla (broadcasting) ma condividerla (sharing): le dinamiche proprie dei social networks mostrano che una persona è sempre coinvolta in ciò che comunica. «In questi spazi — scrive adesso il Papa — non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi». È in gioco qui la differenza tra «propaganda» e «testimonianza». In questo senso, dunque, la Chiesa è chiamata non a una emittenza di contenuti religiosi, ma soprattutto a una testimonianza nella «realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie: «Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra».

L’attitudine alla condivisione plasma anche il modo in cui l’uomo pensa e cerca sinceramente la verità. Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nel cercare risposte alle loro domande», «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». Internet comporta la connessione e la condivisione di contenuti e idee. Già nel Messaggio del 2011 il Papa notava che il web sta contribuendo allo sviluppo di «nuove e più complesse forme di coscienza intel- lettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa». Oggi si pensa e si conosce il mondo non solamente nella maniera tradizionale della lettura o dello scambio in un contesto ristretto di relazioni (insegnamento, gruppi di studio…), ma realizzando una vasta connessione tra intelligenze che lavorano in rete. Il cablaggio delle reti sta dando vita a una forza emergente e vitale, in grado di raccogliere le persone e di farle pensare insieme al di là del tempo e dello spazio. I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La comunicazione oggi aiuta il comunicatore a pensare insieme alle persone alle quali si rivolge grazie alla possibilità di ricevere continuamente feedback e commenti. La comunicazione è sempre un gesto che connette le persone tra di loro.

La rete di queste conoscenze dà vita a una forma di «intelligenza connettiva». Mons. Gerhard Ludwig Müller, oggi prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, nel novembre 2012 aveva colto lucidamente la sfida, cioè la «responsabilità della Chiesa nella formazione di una cultura umana collettiva, per la quale la società odierna, con la sua rete di connessioni internazionali – globali – fornisce del resto degli ottimi presupposti».

Ecco dunque un altro pilastro portante del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni: la conferma che la Rete come network sociale è luogo in cui si condividono conoscenza, valori e significati dentro una rete di intelligenze tra loro in relazione aperta. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso. A questa ricerca, che avviene nel mondo digitale, il Papa aveva dato una interpretazione teologica già nel Messaggio del 2011: «La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network».

Coinvolgimento interattivo con le domande e i dubbi degli uomini

Il Pontefice indica i rischi già ben noti che accompagnano la ricerca dell’uomo nell’ambiente digitale: la popolarità che supera la validità; l’efficacia persuasiva che vince la logica dell’argomentazione; il rumore delle eccessive informazioni che disperde l’attenzione. E tuttavia aggiunge un rischio ulteriore, che possiamo considerare quello attualmente più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Sappiamo bene infatti che sia i social networks come Facebook, i motori di ricerca come Google o i negozi on line comeAmazon, conservano le informazioni delle persone che li frequentano, e questi dati sono utilizzati per dirigere le risposte o gli aggiornamenti circa i contatti personali. Le nostre ricerche dunque non sono mai basate su criteri esclusivamente oggettivi, ma sui nostri interessi specifici. Sono orientate sul soggetto, e dunque soggetti diversi ottengono risultati differenti. Il vantaggio è immediato: arrivo subito a ciò che presumibilmente mi interessa di più perché le piattaforme digitali mi «conoscono» e mi suggeriscono che cosa possa attirarmi maggiormente.

D’altra parte c’è un grande rischio: quello di rimanere chiusi in una sorta di «bolla» che fa da filtro a ciò che è diverso da me, per cui io non sono più in grado di accorgermi che ci sono persone, gruppi, libri, ricerche che non corrispondono alle mie idee o che esprimono un’opinione diversa dalla mia. Quindi, alla fine, io rischio di essere circondato da un mondo di informazioni che mi somigliano, e di rimanere chiuso alla provocazione intellettuale che proviene dall’alterità e dalla differenza. Il rischio è evidente: perdere di vista la diversità, aumentare l’intolleranza, chiudersi alla novità, all’imprevisto che fuoriesce dai miei schemi relazionali o mentali. L’altro diventa per me significativo, dunque, soltanto se mi è in qualche modo simile, altrimenti non esiste. Ecco dunque che il Papa ribadisce: «Constatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello».

Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a «inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi», chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi. Al contrario il Papa ribadisce la necessità di essere disponibili «nel coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Sembrano risuonare qui le parole di Paolo VI, che nella enciclica Ecclesiam suam del 1964 si chiedeva retoricamente: «Al Concilio stesso non s’è voluto dare, e giustamente, uno scopo pastorale, tutto rivolto all’inserimento del messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parole, di cultura, di costume, di tendenze dell’umanità, quale oggi vive e si agita sulla faccia della terra? Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli» (n. 70).

Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede ci deve far sentire — prosegue Benedetto XVI — la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa».

Ecco, dunque, il terzo pilastro fondante del Messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni: l’invito a non costruire isole o «ghetti», l’appello a essere coinvolti in maniera immersiva e interattiva nei dubbi e nelle domande degli uomini di oggi, a condividere la ricerca di ogni uomo. La Rete deve essere un luogo di dialogo aperto, di riconoscimento della diversità culturale e delle differenze. La disponibilità a interagire con le istanze della contemporaneità fa sentire all’uomo di fede la necessità di pregare di più e ad approfondire meglio la conoscenza della fede. A questo invito si unisce quello ad evitare che si levino «voci dai toni troppo accesi e conflittuali» che rispondono alle logiche di una comunicazione nella quale vince chi urla di più o chi è più seduttivo. Viene evocato invece il profeta Elia che «riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo né nel terremoto o nel fuoco, ma nel sussurro di una brezza leggera (1Re 19, 11-12)».

***

La riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’esperienza nell’ambiente digitale ha impatto più generale sulla percezione della realtà, di noi stessi e della nostra vita di relazione. In particolare quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni lancia l’invito a considerare come l’ambiente digitale non sia un mondo parallelo, ma sia parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. Proprio in questo ambiente di relazioni aperte si condividono conoscenza, valori e significati che esprimono la ricerca dell’uomo e i suoi interrogativi di senso. Da qui l’invito chiaro e autorevole ai cristiani a coinvolgersi in maniera autentica e interattiva con le domande e i dubbi che gli uomini esprimono nel loro cammino di ricerca della verità, che il credente riconosce in Cristo. Se anche il Papa si è unito alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai networks sociali.

Discorso di insediamento di Giorgio Napolitano (con riflessione su Rete e Partiti)

ITALY-POLITIC-PRESIDENT-NAPOLITANORiporto di seguito il discorso d’insediamento (versione integrale) del Presidente Napolitano. Evidenzio in particolare il passaggio circa il rapporto tra Rete e partiti:

Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.

La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.

 Ecco il discorso integrale….

DISCORSO D’INSEDIAMENTO DI GIORGIO NAPOLITANO

Aula della Camera dei Deputati, 22/04/2013

Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,

lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. E’ un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.

So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che Leggi tutto “Discorso di insediamento di Giorgio Napolitano (con riflessione su Rete e Partiti)”

La cyberteologia della Civilt

Schermata_10_04_13_22_18Ecco il pezzo di Luca De Biase apparso su Nova del Sole 24Ore domenica 7 aprile 2013 col titolo “La cyberteologia della civiltà cattolica”:

Il Papa Francesco annuncia la “buona novella” cristiana congiungendola con semplicità all’esperienza di chi lo ascolta. E nell’omelia della notte di Pasqua ha mostrato di comprendere come la novità del messaggio religioso generi timore. «Quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti, ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo: la novità spesso ci fa paura». Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e fondatore della cyberteologia, commenta: «Il Papa ci dà una lezione di vita e ci spinge a essere aperti, radicalmente disposti ad accogliere ciò che non corrisponde alle categorie mentali che ci siamo formati nel tempo». E conclude: «Mi sembra una sfida anche per chi fa informazione, che è chiamato come ha detto Papa Francesco, a offrire gli elementi per una lettura della realtà».

La paura delle novità importanti è un freno all’evoluzione della vita umana. E la paura dell’informazione imprevista è un freno all’evoluzione della conoscenza. Un approccio tradizionalista alla gestione dei media è la somma dei due freni. E non per niente, Spadaro, giunto alla direzione del quindicinale cattolico, non ha esitato a lanciarlo in una fortissima riprogettazione. La Civiltà Cattolica ha esordito nel 1850, non ha mai mancato un numero e ha raggiunto grande autorevolezza. Arriva con la valigia diplomatica a tutte le nunziature. È da sempre un giornale innovativo. E Spadaro non ha paura di trasformarlo. L’app per iPad è basata sulla tecnologia di Paperlit. Presto sarà pronto l’archivio online con accesso libero costruito assemblando, grazie a Google, le copie digitalizzate dalle biblioteche di Oxford, Harvard e New York. In progettazione un sistema di etichettatura per trovare gli articoli con diverse chiavi di lettura. E più attenzione alla conversazione via Twitter e Facebook. «Insomma» dice Spadaro «mettiamo a disposizione la rivista più antica d’Italia tra quelle che mai hanno interrotto le pubblicazioni, come patrimonio pubblico del Paese, nel modo più aperto e condivisibile possibile».

 

Benedetto XVI, teologo della comunicazione digitale

Benedetto XVI è certamente un «Papa teologo». Tra gli aspetti che saranno da indagare in un futuro studio del suo magistero  è quello legato alla TEOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE. Da Pontefice infatti: 1) ha capito la portata dello sviliuppo della cultura digitale 2) ne ha evidenziato i rischi gravissimi 3) ma ne ha anche intuito le enormi potenzialità.

Rileggendo attentamente e di seguito i testi del magistero di Benedetto XVI sul tema della comunicazione si scoprirebbero delle intuizioni e un programma di riflessione. Si scoprirebbe, tra l’altro, una lucidità di impostazione che offre i lineamenti di una «teologia della comunicazione» adatta ai nostri giorni. Propongo qui alla meditazione attenza il discorso che Bendetto XVI ha tenuto alla Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali il 28 febbraio 2011 che illustra con le sfide principali che la cultura digitale pone alla teologia.

Qui è possibile ASCOLTARE in streaming  il discorso del Papa che qui sotto trascrivo integralmente.

Cari Fratelli e Sorelle, sono lieto di accogliervi in occasione della Plenaria del Dicastero. Saluto il Presidente, Mons. Claudio Maria Celli, che ringrazio per le cortesi parole, i Segretari, gli Officiali, i Consultori e tutto il Personale.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest’anno, ho invitato a riflettere sul fatto che le nuove tecnologie non solamente cambiano il modo di comunicare, ma stanno operando una vasta trasformazione culturale. Si va sviluppando un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e costruire comunione. Vorrei adesso soffermarmi sul fatto che il pensiero e la relazione avvengono sempre nella modalità del linguaggio, inteso naturalmente in senso lato, non solo verbale. Il linguaggio non è un semplice rivestimento intercambiabile e provvisorio di concetti, ma il contesto vivente e pulsante nel quale i pensieri, le inquietudini e i progetti degli uomini nascono alla coscienza e vengono plasmati in gesti, simboli e parole. L’uomo, dunque, non solo «usa» ma, in certo senso, «abita» il linguaggio. In particolare oggi, quelle che il Concilio Vaticano II ha definito «meravigliose invenzioni tecniche» (Inter mirifica, 1) stanno trasformando l’ambiente culturale, e questo richiede un’attenzione specifica ai linguaggi che in esso si sviluppano. Le nuove tecnologie «hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero» (Aetatis novae, 4).

I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione scritta che prende la forma e l’immediatezza dell’oralità. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. Il punto di partenza è la stessa Rivelazione, che ci testimonia come Dio abbia comunicato le sue meraviglie proprio nel linguaggio e nell’esperienza reale degli uomini, «secondo la cultura propria di ogni epoca» (Gaudium et spes, 58), fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio Incarnato. La fede sempre penetra, arricchisce, esalta e vivifica la cultura, e questa, a sua volta, si fa veicolo della fede, a cui offre il linguaggio per pensarsi ed esprimersi. E’ necessario quindi farsi attenti ascoltatori dei linguaggi degli uomini del nostro tempo, per essere attenti all’opera di Dio nel mondo.

In questo contesto, è importante il lavoro che svolge il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali nell’approfondire la “cultura digitale”, stimolando e sostenendo la riflessione per una maggiore consapevolezza circa le sfide che attendono la comunità ecclesiale e civile. Non si tratta solamente di esprimere il messaggio evangelico nel linguaggio di oggi, ma occorre avere il coraggio di pensare in modo più profondo, come è avvenuto in altre epoche, il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i mutamenti che l’uomo sta vivendo. E’ l’impegno di aiutare quanti hanno responsabilità nella Chiesa ad essere in grado di capire, interpretare e parlare il «nuovo linguaggio» dei media in funzione pastorale (cfr Aetatis novae, 2), in dialogo con il mondo contemporaneo, domandandosi: quali sfide il cosiddetto «pensiero digitale» pone alla fede e alla teologia? Quali domande e richieste?

Il mondo della comunicazione interessa l’intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana. Se i nuovi linguaggi hanno un impatto sul modo di pensare e di vivere, ciò riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. La teologia, secondo una classica definizione, è intelligenza della fede, e sappiamo bene come l’intelligenza, intesa come conoscenza riflessa e critica, non sia estranea ai cambiamenti culturali in atto. La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio simbolico che parli della trascendenza. Gesù stesso nell’annuncio del Regno ha saputo utilizzare elementi della cultura e dell’ambiente del suo tempo: il gregge, i campi, il banchetto, i semi e così via.Oggi siamo chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli e metafore significative per le persone, che possano essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo contemporaneo.

E’ inoltre da considerare che la comunicazione ai tempi dei «nuovi media» comporta una relazione sempre più stretta e ordinaria tra l’uomo e le macchine,dai computer ai telefoni cellulari, per citare solo i più comuni. Quali saranno gli effetti di questa relazione costante? Già il Papa Paolo VI, riferendosi ai primi progetti di automazione dell’analisi linguistica del testo biblico, indicava una pista di riflessione quando si chiedeva: «Non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? È lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata ad eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio?» (Discorso al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, 19 giugno 1964). Si intuisce in queste parole il legame profondo con lo spirito a cui la tecnologia è chiamata per vocazione (cfr Enc. Caritas in veritate, 69).

E’ proprio l’appello ai valori spirituali che permetterà di promuovere una comunicazione veramente umana: al di là di ogni facile entusiasmo o scetticismo, sappiamo che essa è una risposta alla chiamata impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza del Dio della comunione. Per questo la comunicazione biblica secondo la volontà di Dio è sempre legata al dialogo e alla responsabilità, come testimoniano, ad esempio, le figure di Abramo, Mosè, Giobbe e i Profeti, e mai alla seduzione linguistica, come è invece il caso del serpente, o di incomunicabilità e di violenza come nel caso di Caino. Il contributo dei credenti allora potrà essere di aiuto per lo stesso mondo dei media, aprendo orizzonti di senso e di valore che la cultura digitale non è capace da sola di intravedere e rappresentare.

In conclusione mi piace ricordare, insieme a molte altre figure di comunicatori, quella di padre Matteo Ricci, protagonista dell’annuncio del Vangelo in Cina nell’era moderna, del quale abbiamo celebrato il IV centenario della morte. Nella sua opera di diffusione del messaggio di Cristo ha considerato sempre la persona, il suo contesto culturale e filosofico, i suoi valori, il suo linguaggio, cogliendo tutto ciò che di positivo si trovava nella sua tradizione, e offrendo di animarlo ed elevarlo con la sapienza e la verità di Cristo.

Cari amici, vi ringrazio per il vostro servizio; lo affido alla protezione della Vergine Maria e, nell’assicurarvi la mia preghiera, vi imparto la Benedizione Apostolica.

La risonanza della rinuncia del Papa nelle reti sociali

Riporto qui di seguito l’intervista che mi è stata fatta da Matteo Liut per Avvenire dal titolo Spadaro: «Quegli spazi digitali di meditazione» apparsa il 14 febbraio 2013:

Se Giovanni Paolo II è stato il Papa della diffusione di internet, Benedetto XVI è stato eletto nel momento in cui si sono diffusi ampiamente i social network. Secondo padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, studioso ed esperto della comunicazione digitale, questo è un dato su cui riflettere.

Padre Spadaro, come hanno risposto le reti sociali alla notizia?

C’è un commento, riportato sul sito dell’Huffington Post, che riassume quello che sta succedendo. In un post di questi giorni si nota come il Papa che più di ogni altro si è interessato alla comunicazione digitale abbia «mandato in tilt l’infosfera globale». L’emergere dei social network è stata una sfida importanti con la quale Benedetto XVI ha dovuto confrontarsi. Le parole, i gesti e il magistero di Ratzinger sono stati presenti nella vita dei fedeli in parte anche perché sono stati condivisi – e non solo trasmessi – attraverso i media digitali. La sua figura era già argomento della discussione sociale nei media digitali. L’apertura di un suo profilo su Twitter ha poi dato forma a una sua presenza diretta nella conversazione.

Molte le reazioni positive e negative su Twitter. C’è un atteggiamento che spicca più di altri?

La cosa più evidente è, davanti a una notizia difficilmente digeribile anche per la rete, il forte richiamo alla dimensione iconica, all’uso di immagini. Ad esempio tra gli utenti delle reti sociali è girata la foto del fulmine che ha colpito la cupola di San Pietro, forse perché rende bene il forte impatto del gesto di Benedetto XVI.

Colpisce nella ricerca semantica condotta da Expert System che tra i primi verbi presenti nei tweet sul Papa ci sia «meditare». Cosa ci dice questo dato?

Rileggiamo il messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali dell’anno scorso: il Papa ci ricordava che anche in rete sono possibili spazi di silenzio e di meditazione. Ed è quello che sta avvenendo ora: moltissimi sentono la necessità di riflettere su questo evento play pokies online e cercano anche nelle reti sociali un confronto e degli spunti di meditazione. Di questa spinta io sono testimone nei social network in cui sono presente. Molti mi scrivono post su Facebook, commenti sul mio blog e tweets esprimendo un desiderio di meditare sulla rinuncia del Papa. C’è un diffuso bisogno di capire, di riflettere.

Molti tweet sul Papa, dai toni ironici, facevano riferimento a figure politiche. Come leggere questo dato?

Nei social network esiste una «pancia» fatta di emotività e parte di questa emotività è anche negativa. Non c’è da stupirsi, poiché i social network riflettono ciò che accade nella realtà, cosa pensa la gente. Per tutti i personaggi pubblici, non solo per il Papa, essi sono uno strumento che offre opportunità di condivisione enormi, ma che espone anche a questa «pancia». Semmai bisogna riflettere meglio sul fatto che il Papa resta un grande collettore simbolico di paure, desideri, speranze da parte di milioni di persone. Questo oggi si sta riversando anche nella rete.

Molti tweet paragonavano la situazione attuale a quella riproposta nel film «Habemus Papam». Che significato dare a questo accostamento?

Il riferimento al film è una pista a mio avviso non adeguata, perché in quella pellicola il Papa eletto prova timore davanti a una missione che invece Benedetto XVI ha portato avanti per otto anni. L’attore colpiva per la sua umanità, ma emergeva come un personaggio di Svevo, insomma l’ennesimo «inetto» novecentesco. Invece la scelta di Benedetto XVI, a leggere bene le parole latine del suo annuncio, appare più che una rinuncia, un coraggioso passaggio del testimone. Sembra il gesto di un «uomo vivo» chestertoniano, per rimanere nelle metafore letterarie. Il Papa non è preoccupato per sé e per la sua debolezza, ma per la Chiesa e i doveri del ministero petrino. Davanti a questo evento però la gente ha reagito ricordando le immagini di un film o anche i versi di Dante riferiti a Celestino V, piuttosto che riflettendo sulle parole del Pontefice. Ciò fa riflettere sull’importanza che, come dicevo prima, oggi hanno la dimensione iconiche, le figure, l’immaginario.

Il tweet del padre

Riproduco qui l’editoriale di Chiara Giaccardi apparso su Avvenire il 28 dicembre 2012 dal titolo Il tweet del padre:

Accertato che il primo tweet di Benedetto XVI con @Pontifex è stata la notizia più letta del mese, non si spengono tuttavia le polemiche sull’opportunità di questa scelta del Papa, sia da parte di chi la usa come pretesto per l’irrisione, sia da parte chi è sinceramente preoccupato dei danni all’immagine del Santo Padre e continua a ritenere lo «sbarco» su Twitter un «passo falso».

Molte parole utili per aiutare la comprensione di questo gesto sono già state espresse da voci autorevoli della Chiesa, e a quelle rimando per quanto riguarda il cuore della questione, in sintesi relativa a due aspetti: il Papa sceglie di stare dove stanno le persone, e questa vicinanza è più importante dell’incomprensione (per lo più in malafede o frutto di nescienza ) sul suo significato. E, comunque, vale il rischio.

Vorrei invece cogliere l’occasione di questo clima surriscaldato per vedere come esso getti una nuova luce su un altro aspetto, collegato in modo solo apparentemente marginale: il ruolo del padre nella cultura contemporanea. In un’epoca in cui si moltiplicano le comprensibili riflessioni su ‘quel che resta del padre’, sull’evaporazione di questa figura tradizionalmente così centrale per l’ordine sociale e sulle sue conseguenze disgreganti, la presenza del Papa su Twitter, che metaforicamente accetta di offrire la guancia agli sputi, ci apre la possibilità di uno sguardo nuovo sui nostri ruoli quotidiani.

Forse, la nostra immagine di paternità è rimasta troppo legata, anche inconsapevolmente, a un modello veterotestamentario del padre come figura della legge, depositario dell’autorità, titolato alla sanzione. Questo modello si è decisamente liquefatto – in questo le letture contemporanee sono corrette – e non si perde occasione per rimarcarlo nei più diversi contesti. Anche le frasi irriverenti al Papa sono il frutto di questo rifiuto dell’autorità, e dell’ennesima forma di celebrazione rituale della ‘morte del padre’ come autorità e legge, per scongiurare il rischio di un suo ritorno. Ma non è questa la paternità che il Papa intende esercitare. Chiunque abbia dei levitra and alcohol figli sa che, in molti momenti, la sensazione che domina il genitore è quella di impotenza: non possiamo obbligare i figli ad agire in un modo o in un altro, non possiamo vivere al loro posto, non possiamo evitare loro il dolore e le sconfitte. Ed è giusto così: desiderare il contrario sarebbe privarli dell’esercizio della libertà responsabile. E dire «sono tuo padre, dunque si fa così» oggi non serve a molto.

Quello che si può (e si deve fare) è la vicinanza adulta, animata dalla pazienza, dall’accettazione del rischio e dalla speranza: come nella parabola del figliol prodigo e del padre misericordioso, che quando lo lascia andare non sa se il figlio tornerà. Una pazienza che sopporta anche lo scherno, e una presenza che, alla lunga, ne dimostra l’inutilità e l’inapropriatezza. Al grido «vogliamo essere liberi» che i figli esprimono a volte in forma sprezzante, il padre risponde semplicemente e saldamente «ci sono, sono qui, sono con te». Testimoniando con la sua vita ciò che per lui ha valore. Il Papa ci mostra il modello di un padre evangelico e buono, che alla fine rende superfluo, neutralizzandolo, lo scherno. E nello stesso tempo mostra, con l’umiltà di esporsi in un ambiente poco friendly, cioè non necessariamente amico, facendo prevalere il dono della presenza alla protezione di sé, l’infondatezza stessa di tante delle accuse pretestuose. Solo passando dalla povertà dell’umiltà il padre oggi può testimoniare la propria autorevolezza. E, in questo, il maestro è Gesù, che non esitò a umiliare se stesso fino alla morte, disinnescando così qualunque pretesa ‘rivoluzionaria’ della violenza. Impariamo, allora, come si può stare sui social network da un ‘immigrato’, Papa Benedetto, che forse balbetta la lingua della tecnologia, ma certo sa cantare quella dell’amore e, così facendo, riesce a illuminare il senso più profondo dello stesso ambiente digitale.

 Ma, sopratutto, impariamo come essere genitori in un mondo di ‘nativi’ inquieti e spesso sofferenti, che solo la lingua dell’amore possono capire. Perché, come ha scritto Paul Claudel, «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza».

 

Il nuovo twittatore usc

Riprendo qui lo splendido editoriale di padre Federico Lombardi per Octava Dies, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano

Il nuovo twittatore uscì nel continente digitale per twittare. Alcuni abitanti del continente dissero: “Che ci fa qui questo intruso? In questo campo solo noi sappiamo che cosa e come bisogna twittare!”. E lo presero in giro e gli volsero le spalle. Altri abitanti dissero: “Interessante e divertente! Vediamo se avrà più followers di altri VIP, attori o calciatori”. E fecero le loro considerazioni sui numeri, ma non pensarono a cosa dicevano i tweets e dopo un po’ se ne disinteressarono. Altri dissero: “Bene. C’è qualcuno che si preoccupa di dirci delle cose che ritiene importanti per ognuno di noi. Staremo attenti per vedere e sentire, e saremo contenti di ritwittare ai nostri amici in ricerca come noi”. E i tweets portarono frutto e si moltiplicarono, per trenta, per sessanta, per cento… Chi ha orecchi per intendere, intenda.

140 caratteri – quanti ne contiene un tweet – non sono pochi. La maggior parte dei versetti del Vangelo ne ha di meno; le beatitudini sono molto più brevi. Un Penis Enlargement po’ di concisione non fa male. Da secoli sappiamo che ascoltare una parola di Gesù al mattino e portarla nella mente e nel cuore sostiene il cammino di un giorno…o di una vita. Ma bisogna capire perché questa parola è importante, da dove viene e dove va, in quale contesto di vita trova il suo senso. Insomma, il tweet non porta la vita da solo e automaticamente. Non per nulla può incontrare di fatto un’accoglienza entusiastica, ma anche un rifiuto. Il seme cade su un terreno sassoso o in mezzo ai rovi dei pregiudizi negativi e soffoca, ma cade anche su un terreno buono e disponibile e così porta frutto e si moltiplica.

Naturalmente il mondo non si salverà a colpi di tweet, ma sul miliardo di battezzati cattolici e sui sette miliardi del mondo, alcuni milioni di persone potranno sentire anche per questa via il Papa più vicino, dire una parola per loro, una scintilla di saggezza da portare nella mente e nel cuore e da condividere con gli amici di tweet. Un nuovo servizio del Vangelo.

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