Papa Francesco fa santo il suo gesuita preferito: Pietro Favre

unnamedDall’introduzione al volume Antonio Spadaro (ed.), Pietro Favre. Servitore della consolazione, Milano, Ancora, 2003, p. 144.

La mia copia del diario spirituale di Pietro Favre, detto Confessioni o Memoriale, è un volume ingiallito e dalla copertina ormai logora, pubblicato nel 1980. Non ricordo esattamente da quanti anni porto con me questo libro, ma è da tanto tempo. L’ho letto nel corso degli anni di formazione come gesuita e l’ho finito di recente. Favre non è uno dei gesuiti più noti.

Tutti conoscono Francesco Saverio, il secondo compagno di Ignazio di Loyola, ma pochi conoscono Pietro, savoiardo, che invece è stato il primo. Forse per questo mi ha affascinato: il suo essere stato il primo e il suo essere rimasto nell’ombra. Senza Pietro, la Compagnia di Gesù non ci sarebbe. Ciò che mi ha attratto di più è stata la sua esperienza di amicizia profonda con Ignazio, che allora era stato definito dal teologo spagnolo rigorista Pedro Ortíz «uno stravagante spagnolo che fomentava il disordine in maniera inquietante».

Scrive Favre nel suo Memoriale : «Vivevamo sempre insieme, ripartendo la camera, la mensa, la borsa; e poi egli mi era insegnante di vita spirituale, dandomi possibilità di ascendere alla conoscenza della volontà divina e della mia propria. Così fu che divenimmo una cosa sola nei desideri, nella volontà e nel fermo proposito di scegliere la vita che ora teniamo tutti noi, i quali facciamo o faremo parte di questa Compagnia, di cui io non sono degno». Immaginavo questi due uomini: studenti all’Università di Parigi che condividevano la stanza in affitto; uno basco, uno savoiardo.

La loro profonda amicizia, nata mentre il poco più che ventenne Pietro aiutava il quasi quarantenne Ignazio a capire Aristotele e i filosofi scolastici, è il primissimo inizio di ciò che sarebbe stata la Compagnia di Gesù […]. Favre visse il clima fluido e burrascoso della prima metà del Cinquecento parigino e per questo è portatore di una sensibilità moderna. Incarnò un’apertura mentale e spirituale nei confronti delle sfide dell’epoca, soprattutto la riforma protestante. Se alcune sue regole ecumeniche fossero state accolte e messe in pratica al suo tempo, forse la storia religiosa dell’Europa sarebbe stata diversa. Non era un sognatore, ma un mistico di profonda dolcezza.

L’esperienza più incisiva dei suoi anni di formazione fu rappresentata dall’incontro con il pensiero della tradizione renano-fiamminga, avvenuto attraverso la frequentazione della certosa di Vauvert. Ma leggendo il suo Memoriale, un diario interiore appunto, si capisce che la sua mistica ha a che fare con la vita quotidiana, si spende nei dettagli, si applica ai sentimenti che accompagnano i momenti della vita: è piena familiarità con Dio.

Favre si rivela maestro sia nell’impegno e nel coinvolgimento esteriore, sia nel «discernimento degli spiriti»: non solo come grande psicologo, ma come autentico ricercatore della volontà di Dio […]. La vita interiore per lui è «sentire e gustare le cose interiormente», come scrive Ignazio nei suoi Esercizi spirituali. Nella sua breve vita, Pietro ha gustato l’esistenza, ha avvertito il dolce e l’amaro, ha provato «consolazione» e «desolazione», ma ha tutto vissuto con l’anima. E tutto il suo mondo era animato, vivace di «mozioni spirituali».

Altro motivo di fascino: il suo essere pellegrino instancabile, camminatore nato. Approfittava dei lunghi viaggi, di solito fatti a piedi, per disseminarli di preghiera e di attività sacerdotali, mostrando così, anche a noi oggi, come si può congiungere una vita attiva straordinaria con una profonda unione con Dio. Questo Favre dolce mistico pellegrino, instancabile camminatore dalla grande familiarità con Dio, peculiare coincidentia oppositorum, mi colpiva perché non riuscivo ad afferrarlo del tutto. E non riesco a farlo tuttora.

Quando dunque, durante la mia intervista di fine agosto 2013, chiesi a papa Francesco quale fosse il suo gesuita preferito, ho avuto un sobbalzo quando ho sentito il nome di Pietro Favre. Ho scoperto così che l’allora padre Jorge Mario Bergoglio, provinciale dei gesuiti dell’Argentina, aveva persino commissionato un’edizione del Memoriale a due gesuiti specialisti, Miguel A. Fiorito e Jaime H. Amadeo. Ho saputo che la sua edizione preferita è quella a cura di Michel de Certeau. Tra l’altro il Papa cita un pensiero di Favre nella sua prima esortazione apostolica: «Il tempo è il messaggero di Dio» (Evangelii gaudium 171).

Perché al Papa piace particolarmente il primo compagno di Ignazio? Lui mi ha risposto sostanzialmente facendo una lista di ragioni: «Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…». Nelle sue parole rileggevo la mia esperienza del Favre, rimasta allora sostanzialmente incompleta, interrotta anche nella lettura del suo diario. E nello stesso tempo capivo quanto Favre sia stato e sia tuttora davvero per lui un modello di vita.

Il 14 giugno 2013, nel suo discorso alla redazione de “La Civiltà Cattolica”, papa Francesco aveva dato ai redattori come consegna tre parole chiave: dialogo, discernimento, frontiera. Sono le parole chiave della vita di Pietro Favre, unite a una infinita dolcezza di tratto che ha convertito molti, più di tante parole. Michel de Certeau definisce Favre semplicemente il «prete riformato», per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili. Mi sembra di capire, dunque, che papa Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma. Favre è convinto che è al livello della complessità dei sentimenti e degli affetti spirituali – in cui l’uomo impara a dialogare con Dio e a sentirne il mistero – che si prendono le grandi decisioni, anche quelle «strutturali ».

Per Favre Dio agisce e opera nel cuore dell’uomo trasformandolo. La fiducia nell’azione di Dio nel fondo dell’essere dell’uomo lo distingue da Lutero, troppo attento al suo stato di peccatore per credere a questa trasformazione interiore. Favre vede sbocciare la presenza di Dio dovunque; Lutero sempre attende la sua venuta, che unica può salvare dalla dannazione. Ma trasformazione interiore non significa spiritualismo. Lungi da Favre, come da Bergoglio, quella che il Papa stesso ha definito «la costante tentazione delle tendenze pseudomistiche dell’esistenza cristiana». Lungi da entrambi «quella sorta di cristianesimo spirituale che stava perdendo il contatto con la quotidianità e la vita concreta».

Per Favre come per Bergoglio vale ciò che ha scritto Ignazio di Loyola: Dio si comunica a ognuno di noi con «mozioni» interiori, «muove e attira la volontà». Questo spazio di incontro e di attrazione, ricco di affetti, non si contrappone affatto alla ragione né alla gestione della vita e ai suoi progetti pratici, ma al contrario li anima: «Il cuore coniuga l’idea con la realtà», ha scritto tempo fa l’allora cardinal Bergoglio. L’esperienza di Favre va dunque meglio compresa e studiata per capire lo stile e il modo del governo di papa Francesco.