Per un umanesimo basato su possibilità inattese

Riporto qui il testo di una intervista a Pierre Teilhard de Chardin uscita nel gennaio 1951 sulla rivista «Les nouvelles littéraires» e apparsa nella traduzione italiana di Anna Maria Brogi sul quotidiano Avvenire il 6 agosto 2012 col titolo Teilhard: «Io, né utopista beat né millenarista».

 

Ogni volta che incontro padre Teilhard de Chardin vengo catturato da quel “clima” di alta spiritualità e di pura scienza che ovunque porta con sé. Nella cella di rue Monsieur come nei campi di scavo in Cina o nel laboratorio del Museo, ha sempre la stessa grazia amabile e ironica, quella finezza acuta e benevola al tempo stesso e quella distinzione oxfordiana che fanno pensare a qualche scholer inglese che sia al contempo Darwin e Newman. È insieme contento e inquieto nel vedere che la sua dottrina – chiamarla teoria o sistema sarebbe insufficiente – raggiunge un pubblico sempre più vasto, sempre più attento e, aggiungerei, sempre più entusiasta e convinto, nonostante gli ostacoli che ha incontrato talvolta, fino a oggi, la diffusione del suo pensiero. Contento, perché questo sapiente porta all’umanità un messaggio di fiducia, di speranza, di dinamismo vitale, d’invito a una coscienza più elevata delle possibilità di progresso che le si offrono ma anche delle crescenti responsabilità che ne conseguono. Inquieto, perché quella dottrina, da poco esplicitamente formulata, si è trovata sfigurata, deformata, falsamente interpretata in certi ambiti scientifici e non solo, e di conseguenza sono nati molti malintesi e si sono accese polemiche addirittura prima che fossero pubblicate le opere nelle quali padre Teilhard de Chardin esponeva, in una visione d’insieme, i risultati dei suoi lavori scientifici e delle sue riflessioni.

 

Com’è arrivato alle scoperte che hanno reso popolare il suo nome e l’hanno condotto a formulare una teoria dell’uomo e dell’universo completamente nuova?
«La mia prima infanzia è trascorsa tra le pietre, nei monti dell’Alvernia, accanto a un padre naturalista che mi ha trasmesso il gusto della natura e ha guidato la mia nascente passione per la geologia. Le passeggiate tra le rocce hanno fatto nascere in me il desiderio di conoscere quel mondo minerale, così misterioso e affascinante, che esercitava già sulla mia mente di bambino un’attrazione potente e tenace. Poi ho studiato al collegio di Mongré, vicino a Lione, ed è sicuramente per aver respirato l’atmosfera di quella santa casa che, subito dopo gli studi, sono entrato nella Compagnia di Gesù. La conosce, vero, ad Aix la calma e silenziosa rue Lacépède, lei che ha vissuto a lungo ad Aix-en-Provence? Lì ho trascorso il periodo del noviziato, allietato da ferie e vacanze nella nostra casa di campagna di Tholonet».
In quel paesaggio così intensamente geologico della Montagne Sainte Victoire, di cui Cézanne ha fatto una specie di mito cosmico, di divinità originale, di elemento primario, sollevato nella veemenza minerale delle metamorfosi?
«Sì, ma presto ho lasciato la Francia per le isole anglo-normanne: a quel tempo le congregazioni venivano cacciate dal paese e obbligate a rifugiarsi all’estero. Mentre proseguivo a Jersey i miei studi di filosofia, su quell’isola ho avuto la fortuna di trovare un autentico giardino mineralogico dove iniziarmi scientificamente allo studio della materia: un oggetto che mi aveva sempre affascinato».
Ricordo che lei ha scritto: «Attraverso le rocce, mi trovai impegnato sulla strada del planetario». Istintivamente nel minerale ricercava, al tempo stesso, il durevole, l’incorruttibile. Da bambino, si disperò il giorno in cui scoprì che il ferro era deperibile e arrugginiva…
«Sì, tanto che, per consolarmi, cercavo equivalenti altrove. Talvolta in una fiamma blu fluttuante (insieme così materiale, inafferrabile e pura) sui ceppi del focolare. Più spesso in qualche pietra più trasparente o meglio colorata: cristalli di quarzo o d’ametista, e soprattutto frammenti lucenti di calcedonio, come potevo raccoglierne nella mia regione d’Alvernia. In questo caso, naturalmente, bisognava che la sostanza prescelta fosse resistente, inattaccabile e dura».
Già il suo senso attuale di un’irreversibilità del movimento che vitalizza il mondo…
«Ed è così che, a poco a poco, mi sono svegliato al concetto di “stoffa delle cose”. Gradualmente e sottilmente, questa famosa consistenza, che fino ad allora avevo inseguito nel solido e nel denso, mi si scopriva nella direzione di un elementare sparso ovunque, la cui stessa ubiquità formava l’incorruttibilità. Più tardi, quando mi sarei occupato di geologia, si poteva credere che semplicemente sondassi, con convinzione e successo, le opportunità di una carriera scientifica. Ma in realtà ciò che, per tutta la vita, mi ha riportato inevitabilmente (foss’anche a spese della paleontologia) allo studio delle grandi masse eruttive e delle zolle continentali non è stato altro che un insaziabile bisogno di mantenere il contatto con una sorta di radice, o di matrice, universale degli esseri. È curioso, lo ammetto, il posto assiale invariabilmente occupato dalla passione e dalla scienza delle pietre durante tutta la mia embriogenesi spirituale!».
Lasciò Jersey, credo, al termine di quell’iniziazione mineralogica, verso il 1905?
«Sì, perché fui nominato professore di fisica in Egitto. Un’autentica occasione, perché è stato proprio nella valle del Nilo, dove nasce e si sviluppa per millenni una civiltà prodigiosa, che lo studio dei fossili portati in superficie dal deserto mi ha fatto deviare verso la paleontologia».
Che è, lo so, la sua grande specializzazione…
«In realtà il mio interesse scientifico è sempre stato, e resta, diviso tra la paleontologia umana e le questioni della geologia continentale, un po’, se vuole, come Darwin tra i fossili e i cristalli. In tale competizione, tuttavia, alla fine è stato lo studio del fenomeno umano a prendere il sopravvento nei miei gusti. (…) Sì, nell’ordine del pensiero scientifico, fu la scoperta, la presa di coscienza direi, dell’idea di evoluzione – di evoluzione biologica, intendo – che mi permise di collegare, nel campo dell’esperienza, i concetti di energia materiale e di energia psichica».
E poi dovette lasciare il Museo, nel 1914, per il fronte, gli zuavi e i tiraglieri. Ma non fu proprio al fronte che germogliò in lei il concetto, così originale e fecondo, di una noosfera attorno alla Terra? Vorrebbe definire, per i nostri lettori, cosa intende con il termine noosfera?
«Ho usato questo termine per la prima volta in uno dei miei primi saggi sul Fenomeno Umano, verso il 1927, ma effettivamente l’idea di una comunità spirituale umana attigua all’organico era nata in me nelle trincee: l’idea, voglio dire, di una sorta di “mega unità” biologica speciale che costituisce l’involucro pensante della terra. È questa, per me, la noosfera».
Alla fine della guerra, riprese subito i suoi lavori sul campo e in laboratorio?
«Non subito. A Verdun era morto il mio caro amico Jean Boussac, genero di Termier e come lui geologo, e mi fu fatto l’onore di pensare a me per la cattedra di geologia all’Istituto Cattolico di Parigi. Ma non vi restai a lungo. Vi avevo appena messo piede quando giunse all’improvviso la seconda grande opportunità della mia vita. Padre Emile Licent, l’esploratore della Cina del Nord e il fondatore del Museo di Tientsin, cercava un geologo che lo accompagnasse. Grazie alla protezione del mio maestro Boule e del compianto Lacroix, uno dei pilastri dell’Accademia delle Scienze, nel 1923 mi trovai incaricato dal Museo della missione in Cina. Fu allora che io e padre Licent avemmo la fortuna di mettere mano, nel loess del bacino del Fiume Giallo, sulle prime tracce conosciute di un paleolitico di Cina. Ritrovamento importante, ma che sarebbe stato presto eclissato da una scoperta ancor più sensazionale: quella (fatta da Andersson, Black e dal Servizio Geologico di Cina) dell’uomo di Pechino o sinantropo, un parente prossimo del pitecantropo di Giava, entrambi forse gli uomini fossili più antichi e più primitivi a noi noti».
So anche che si trovò a collaborare molto da vicino (altra fortuna della sua vita!) alla scoperta che è valsa alla scienza sei crani di sinantropo, almeno mezza dozzina di mandibole e diverse ventine di denti isolati, in una decina di anni di ricerche, dal 1927 al 1937…
«Quei resti umani, appartenenti a una trentina di individui, furono raccolti nel corso di scavi importanti e prolungati, in una vasta sacca (50 metri) che costituisce il riempimento di un’antica grotta colmata e livellata: molti utensili in pietra assemblati e un’enorme quantità di ossa fossili di daini, elefanti, rinoceronti, cammelli, bufali, antilopi e diversi carnivori, quasi tutti rappresentanti specie estinte da molto tempo. Naturalmente è ancora difficile datare in anni quel lontano cugino dell’uomo moderno. Ma possiamo affermare che, quando era in vita, il mantello delle terre gialle non si era ancora depositato sul suolo cinese. Fatto, questo, che ci rimanda molto, molto indietro nel tempo. Perlomeno, centinaia di millenni…».
Conosco le conclusioni generali alle quali l’ha condotta questa lunga carriera di studioso. Vorrebbe riassumerle per i nostri lettori? Non si tratta, beninteso, di entrare nel dettaglio dei problemi, ma solo di intravedere quell’”ultra-umano” che, scientificamente, secondo lei, si disegna al termine dell’evoluzione dell’homo sapiens, per come la paleontologia ce la fa conoscere e ci invita a portarla avanti?
«Nello specifico, noti bene, non sono né un filosofo, né un teologo, ma uno studioso “del fenomeno” (un fisico nell’antico senso greco). Ebbene, a questo modesto livello di conoscenza, a dominare la mia visione delle cose è la metamorfosi che l’Uomo ci obbliga a far subire all’universo attorno a noi a partire dal momento in cui (conformemente agli imperiosi inviti della scienza) ci si decide a considerarlo come costituente una parte integrante, nativa, del resto della vita. In conseguenza a questo sforzo di incorporazione, emergono, se non sbaglio, due constatazioni capitali nella nostra percezione sperimentale delle cose. La prima è che l’Universo, ben più che da “entropia” (che lo riconduce agli stati fisici più probabili), è caratterizzato da una deriva preferenziale di una parte della sua stoffa verso stati sempre più complicati e sottesi da intensità crescenti di “coscienza”. Da questo punto di vista strettamente sperimentale, la vita non è più un’eccezione nel mondo, ma appare come un prodotto caratteristico – il più caratteristico – della deriva psico-chimica universale. E l’umano, al tempo stesso, diventa, nel campo della nostra osservazione, il termine provvisoriamente estremo di tutto il movimento. L’umano: un capo del mondo… Posto questo, la seconda constatazione alla quale, a mio parere, ci si trova condotti da un’accettazione scientifica integrale del Fenomeno umano è che la corrente di complessità-coscienza, da cui il lo psichismo riflesso (ossia il pensiero) è sperimentalmente scaturito, non si è ancora fermata; bensì, attraverso la totalizzazione biologica della massa umana, continua a funzionare, trascinandoci, per effetto biologico di socializzazione, verso certi stati ancora irrappresentabili di riflessione collettiva, ossia, come dico io, verso qualche “ultra umano”. Tutto ciò, lo ripeto, per semplice estrapolazione di una legge di ricorrenza positivamente osservabile, su tutta la distesa del passato, cioè al di fuori di ogni sentimentalismo e di ogni metafisica. Ebbene, questa posizione strettamente oggettiva, malintesa, ha fatto nascere e correre sul mio conto un certo numero di leggende, le più dannose delle quali possono ricondursi alle seguenti. Anzitutto, sono stato considerato un ottimista o un utopista beat, che sogna di euforia umana o di millenarismo confortevole. Come se la maturazione umana che i fatti hanno l’aria di annunciare non si presentasse, nelle mie prospettive, non come un riposo, ma addirittura come una crisi di tensione, pagata da un’immensa scia di disordini e sofferenze: crisi tutta carica di rischi e dunque ancora più drammatica, a causa dell’enormità dell’interesse in gioco (il successo di un universo, nientemeno!), di tutte le fantasie egoiste e morbose dell’esistenzialismo contemporaneo. Fatto ancora più grave, si va ripetendo che sarei il profeta di un universo distruttore dei valori individuali: perché ai miei occhi il mondo si dirige, sperimentalmente, verso uno stato sintetico. Ma in realtà la mia grande preoccupazione è sempre stata quella di affermare, in nome dei fatti, che l’autentica unione non confonde ma differenzia; e anche che, nel caso di esseri pensanti e amanti (quali l’uomo), lungi dal meccanizzare personalizza, e doppiamente: prima intellettualmente, per super-riflessione, e poi affettivamente, per unanimizzazione. Così, nonostante il primato che io accordo tecnicamente al tutto in rapporto all’elemento, mi trovo, così come la struttura stessa del mio pensiero scientifico, agli antipodi sia di un totalitarismo sociale che porta al termitaio, sia di un panteismo induizzante che cerca la via d’uscita e la figura ultima dello spirituale nella direzione di un’identificazione degli esseri con un fondo comune sottostante alla varietà degli eventi e delle cose. Non meccanizzazione, dunque, né identificazione per fusione e perdita di coscienza, ma unificazione per ultradeterminazione laboriosa e amore. Bisogna riconoscere che queste vedute biologiche possono avere una certa incidenza sulla nostra valutazione dei valori umani. Ci fanno propendere verso un umanesimo rinnovato, basato non più, come nel XVI secolo, su una riscoperta del passato, ma su possibilità inattese tenute in serbo per noi dal futuro. Ma la nascita, attorno a noi, di un tale “neo umanesimo” (legato nel mio pensiero religioso ai progressi della “carità”) non è appunto uno dei caratteri distintivi dei tempi che stiamo attraversando?».