E’ il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando in Rete. La Rete è il luogo del dono, infatti. Concetti come file sharing, free software, open source, creative commons, user generated content, social network hanno tutti al loro interno, anche se in maniera differente,  il concetto di «dono», di abbattimento dell’idea di «profitto». A ben guardare, però, più che di «dono» si tratta di uno «scambio» libero reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità che risultano «proficue» per coloro che entrano in questa logica di scambio. Comunque c’è una idea «economica» che ha in mente il concetto di «mercato».

Il modello di Rete che più radicalmente riflette questa dimensione è quello «paritario» detto peer-to-peer (o P2P) che non possiede nodi gerarchizzati come i client e i server fissi, ma un numero di nodi equivalenti (in inglese peer) aperti verso altri nodi della Rete che mentre ricevono trasmettono e viceversa. In altri termini, la logica peer-to-peer si basa sul fatto che io ricevo qualcosa nella sua interezza non da un depositum (cioè un client) unico che la contiene tutta intera. In termini più generali: io condivido ciò che ho nel momento stesso in cui lo ricevo. Ma non ricevo mai un contenuto nella sua interezza: lo ricevo in un processo che rende me stesso il nodo di una rete condivisa di scambio e che mi fa più «ricco», diciamo così, nel momento in cui do quel che ho ricevuto fino a quel momento.

Se questa logica di condivisione viene considerata sul piano teo-logico, allora comprendiamo che è problematica perché la natura della Chiesa e la dinamica della Rivelazione cristiana sembrano seguire un modello client-server che è invece l’opposto di quello peer-to-peer. Esse non sono il prodotto di uno scambio orizzontale (che possiamo definire più propriamente un «baratto» fluido), ma l’apertura a una Grazia indeducibile e inesauribile che passa attraverso mediazioni gerarchiche e sacramentali, storiche e di «tradizione». Se ci fermassimo qui rischieremmo di giungere alla incompatibilità radicale tra la «logica» della teologia e quella della Rete.

In realtà il nodo consiste nel fatto che la logica del dono in Rete sembra sostanzialmente essere legata a ciò che in slang viene chiamato freebie, cioè qualcosa che non ha prezzo nel senso che non costa nulla. Essa si fonda sulla domanda implicita: «quanto costa?», e l’ottica è tutta spostata su chi «prende» (e non «riceve», dunque). Il freebie è ciò che si può prendere liberamente. La gratia gratis data invece non si «prende» ma si «riceve», ed entra sempre in un rapporto al di fuori del quale non si comprende. La Grazia non è un freebie, anzi, per citare Bonhoeffer, è «a caro prezzo». Nello stesso tempo la Grazia si comunica attraverso mediazioni incarnate e si diffonde capillarmente in una logica compatibile con quella peer-to-peer ma non riducibile ad essa, la quale può essere benissimo anonima e impersonale.

La logica della Grazia invece crea «legami» face-to-face come è tipico della logica del dono, cosa che invece è estranea di per sé alla logica del peer-to-peer, che in se stessa è una logica di connessione e di scambio, non di comunione. E un «volto» non è mai riducibile a semplice «nodo». Certo, tra l’anonimo peer-to-peer del file sharing e la logica dello user generated content dei social network la seconda appare formalmente più «compatibile» con una logica ecclesiale perché il contenuto condiviso viene «donato» all’interno di una relazione e ha come «ricompensa» la relazione stessa, cioè l’incremento e il miglioramento delle relazioni reciproche.

Questo non significa che la logica peer-to-peer sia sbagliata in sé, però si deve dire che la logica teologica non è riducibile ad essa: è «altro» e «più» di essa. Ma proprio su questa differenza si fonda la sfida per i credenti: la Rete da luogo di «connessione» è chiamata a diventare, come si è detto, luogo di «comunione». Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. Lavorare in vista di questa condivisione è compito specifico del cristiano. D’altra parte, se il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2009. Allora la Rete può essere davvero un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma.

  1. Pietro Abate says:

    Perché la comunicazione si elevi a comunione la Rete offre alla Chiesa un grande aiuto. Poi fondamentale è il volto. "Lo sguardo è la prima parola". Si scrive, si parla, si telefona, si pensa sempre al volto di chi portiamo nel cuore in quel momento. E non solo! " Dobbiamo vivere una vita interiore. Non abbiamo nulla the dare se non viviamo questa vita interiore". Prima dell'alba le stelle lasciano il cielo alla luce del nuovo giorno. Anche per il sole domenica è un Giorno speciale. Tutto è dono. Tutto è Grazia. Cerchiamo costantemente il bene comune. E sapremo cos'é la vera Vita e la vera Gioia.

  2. Elio Landra says:

    Mi scusi padre ma il depositum è equiparabile ad un server, infatti è ai server che i client si collegano per avere qualcosa.
    Grazie per le sue parole sempre illuminanti.
    Il Signore ti dia Pace!

    Elio Landra
    Informatico Torinese.

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